Fotoreporter professionista dal 1987, ha documentato la guerriglia Sandinista, la resistenza dell’esercito di Yasser Arafat: Forza 17, la guerra nell’ex-Jugoslavia e in Afganistan ma, per quanto impegnato nel giornalismo, non è nuovo neanche al reportage di tipo documentaristico. “E’ nella duplice veste di giornalista ed artista – ha detto, il Sindaco di San Casciano, Franco Picchieri – che abbiamo chiamato Ivan. Belle foto di San Casciano le possono fare tutti ma, per ricordare lo straordinario momento che sta vivendo il nostro paese, abbiamo pensato di rivolgerci a qualcuno che sapesse svelare il segreto celato dietro questa bellezza…E queste immagini danno corpo allo spirito buono della gente di San Casciano.”
Teatri e Culture d’Oriente
Letteratura, saggi, cataloghi, fotografie e diapositive, materiale video e
audio, registrazioni digitali (materiale in parte raccolto su campo, in parte di
archivio), periodici, rassegne stampa, testi in lingua originale.
Il materiale raccolto su campo consiste in alcune mostre fotografiche (Ivan
Meacci ed altri fotoreporter internazionali) dedicate a fenomeni di
spettacolo in India e Tibet (ed anche a manifestazioni culturali tradizionali
italiane ed europee)..
SETTIMANA PER LA BIBLIOTECA DI FOTOGRAFIA A BAGHDAD ROMA - LIBRERIA ODRADEK 24/30 MARZO 2001 MOSTRA DI IVAN MEACCI INAUGURAZIONE 24 MARZO ORE 18
Con la donazione di una mostra fotografica, una raccolta di paesaggi, di Ivan Meacci si inaugura la settimana di solidarietà con il progetto"Biblioteca della fotografia a Baghdad" lanciato e sostenuto da diversi fotografi e da "Un ponte per …" presso "Odradek la libreria" in Via dei Banchi Vecchi 57 a Roma.
Diversi fotografi italiani, dopo aver viaggiato in Iraq, durante e dopo la Guerra del Golfo, e testimoni della difficile condizione umana e professionale dei fotografi iracheni impossibilitati, come i lavoratori di ogni altro settore della società, a svolgere la propria attività, hanno deciso di costruire un legame con loro avviando le basi per la nascita della "Biblioteca della fotografia a Baghdad" come punto di ripresa dell'impegno informativo e artistico, punto di ritrovo, di incontro e di rinascita culturale e artistica. Raccoglieremo volumi di fotografia, sulla fotografia o sull'arte (possibilmente in inglese), contributi economici per l'acquisto di materiale fotografico e donazioni di opere fotografiche. L'inaugurazione è prevista per sabato 24 marzo alle ore 18.oo a cui parteciperà Fabio Alberti, presidente dell'ass. "Un ponte per …" e i fotografi Patrizio Esposito e Mario Boccia. La settimana di solidarietà avrà termine il 30 marzo.
ALCUNI SUOI ARTICOLI:
12 febbraio 2009, 18:33

SIENA. Il caso della scoperta archeologica avvenuta nel sito delle Pianacce - quello noto per la presenza della splendida tomba della Quadriga Infernale – ha destato l'attenzione e la curiosità dei lettori, oltre le aspettative.
Che quello rinvenuto sia il basamento del mitico “mausoleo di Porsenna” come dice il “non titolato” Romagnoli o che sia un monumento funebre del V secolo come dichiarato dalle fonti istituzionali - e le due cose non sono poi così incompatibili - resta la straordinaria scoperta che appare evidente anche agli occhi dei profani.
I nostri lettori, però, affascinati dalla leggenda del re di Chiusi, hanno chiesto di sapere l'origine delle affermazioni fatte da “visionario” Stefano Romagnoli. E di questa origine – che ha aspetti romanzeschi accanto a prove documentate – si tratta in questo articolo.
Abbiamo tradotto la vicenda in chiave "cinematografica", come la
potrebbe raccontare un colossal di Hollywood.
Il primo passo della storia è la fugura di Porsenna. Una figura
controversa nella storia, amata quanto negata; ammirata quanto ignorata.
E' Porsenna il protagonista della nostra storia.
Il re di Chiusi, per tanto tempo relegato come "mito", torna con la
sua straordinaria potenza evocativa e viene riconosciuto come unico
condottiero che fu capace di conquistare Roma e di imporre durissime
condizioni di pace.
Era il 509 avanti Cristo. A governare Roma c'era Tarquinio il Superbo da
poco cacciato dalla città. Fu lui a chiedere agli etruschi di attaccare
la sua città per aiutarlo a riprendere il potere.
Porsenna, in quell'anno re della dodecapoli etrusca, attacca Roma e la
conquista. Le condizioni: disarmo e divieto di uso del ferro eccetto
che per la costruzione di strumenti agricoli. Inoltre Lucumone chiede ai
romani di offrire, in segno di riconoscimento al vincitore, un trono
d'avorio, un manto regale, uno scettro ed una corona d'oro, tutti
simboli della regalità etrusca.
Il suo dominio è liberale: egli lascia "il governo che trova" e non
riporta Tarquinio al potere. Nonostante questo ci sono documenti che
richiamano alla sua figura, talmente temuta anche dal Senato romano che
lascia impietriti i suoi membri.
La sua fama non è legata, comunque, solo all'episodio della conquista di
Roma.
Porsenna è ancora vivo nelle leggende del sud della Toscana, nelle
favole che vengono raccontate ai bambini, nel sogno di una civiltà
ancora avvolta, proprio come il suo più famoso re, nel mistero.
Non poteva mancare l'aggettivo "misterioso" anche per la sua tomba ed il
suo mausoleo che, secondo la leggenda supportata da resoconti di storici
latini, è colma di tesori.
Ecco il secondo protagonista della pellicola: il mausoleo di Porsenna.
Proprio come l'arca dell'alleanza nei film di Indiana Jones.
Il testo di maggiore interesse per "conoscere" il mausoleo è la
Naturalis Historia di Plinio il Vecchio che sostiene di aver avuto
notizia del mausoleo da un manoscritto di Marco Terenzio Varrone. Segue
un brano dalla Naturalis Historia XXXVI, 13 riportato da quasi tutti
coloro che nel tempo si sono occupati del mistero della tomba di
Porsenna.
“Esistono ancora le sue vestigia, mentre di quello cretese e italico non
rimangono tracce… E ora conviene parlare di quello italico che Porsenna
re d'Etruria fece per se a scopo di sepoltura e al tempo stesso perché
anche dagli italici fosse superata la vanità dei re stranieri. Ma poiché
la favolosità supera ogni immaginazione, ci serviremo della descrizione,
delle parole di Varrone stesso: Fu sepolto, egli dice, sotto
la città di Chiusi; nel qual luogo lasciò un monumento (quadrato) di
pietra squadrata; ciascun lato era largo 300 piedi e alto 50; dentro
questa base quadrata un labirinto inestricabile nel quale se qualcuno
entrava non poteva trovare l’uscita senza un gomitolo di filo. Sopra
questo quadrato stanno 5 piramidi, 4 agli angoli, una in mezzo; in basso
larghe 75 (?) (quinûm septuagenûm) piedi, alte 150, inclinate in modo
tale che in cima a tutte è collocato un globo di bronzo ed un unico
“petasus” (cappello da viaggio con falde, una cupola?), dal quale
pendono campanelli tenuti da catene, i quali, agitati dal vento, mandano
i suoni lontano come un tempo fu fatto a Dodona. Su questo globo stanno
al di sopra quattro piramidi, alte ciascuna 100 piedi. Sopra queste, in
un'unica base, cinque piramidi delle quali Varrone ebbe vergogna a dare
l’altezza. Le favole etrusche tramandano che l’altezza fosse la medesima
di tutto quanto l’edificio, e che pertanto l’avere cercato la gloria con
stolta pazzia non fu di giovamento a nessuno. E inoltre che si
esaurirono le forze del regno soltanto perché la lode dell’artefice
fosse maggiore…".
Questa descrizione non convince più gli storici che ritengono quasi
unanimemente che i romani abbiano proseguito anche in questo caso con la
loro propaganda "negativa" volta a sradicare dalla storia la figura del
re etrusco che era riuscito a soggiogare Roma e la cui figura ancora
primeggiava nel ricordo delle popolazioni di derivazione etrusca.
Forse, la chioccia e i cinquemila pulcini d'oro, il cocchio con i 12
cavalli d'oro non sono reali; forse le dimensioni del mausoleo sono da
rivedere.
Una cosa parrebbe certa: quel "sub" usato da Plinio non vorrebbe dire
"sotto Chiusi" ma "davanti Chiusi". E questo ha aperto nuove strade agli
archeologi e agli appassionati "cercatori di tesori" alla Indiana Jones.
“Il re Porsenna giace sepolto “davanti” ad alla città di Chiusi,
in un luogo far Chiusi e la Solaia; da dove si guarda Chiusi e si domina
Roma…"
Le pianacce, forse?
Ed ecco il terzo protagonista della storia: il luogo in cui la storia di
Porsenna uomo ha avuto fine - almeno in questo film - e dove il suo mito
ha avuto inizio. Il mito Porsenna si incrocia con il mito mausoleo e con
il fascino di un tesoro nascosto che attende ancora di essere trovato.
Alla ricerca di questo tesoro si sono impegnati in tanti... anche
attraverso nuovi documenti. Si può fare il nome di Pomponio Mela ( 200
a. C.). Il contributo di questo "visionario" è stato trovato da Stefano
Romagnoli - uno dei protagonisti più recenti di questa cinematografica
storia - durante una delle sue incursioni nella biblioteca della
Bonifica della Valdichiana.
Nel volume trovato da Romagnoli, viene confermata la descrizione della
locazione del mausoleo fornita dal Varrone, ma vengono smentite
clamorosamente le misure. A tradurre dal latino questo volume, per
dovere di cronaca, diciamo che è stato il celebre Gismondo Tagliaferro,
autore del libro "Tombaroli si nasce" diventato un vero
must per gli appassionati di archeologia.
“Uscii dalla Città e scesi nella valle lungo il sentiero da cui un tempo ero venuto – è il protagonista della vicenda narrata da Pomponio Mela, Turms Porsenna, che parla - Io non scelsi la strada facile, che conduce alla montagna sacra, quella usata dai tagliapietre, bensì la Scala Santa fiancheggiata dai pilastri di legno dipinti… In silenzio oltrepassai l’ingresso alle tombe segnate dai tumuli di pietra e prima di toccare la vetta, mi “imbattei” anche nella Tomba di mio Padre. Dinnanzi a me, in ogni senso, si stendeva vasta la mia terra con le sue fertili vallate e le sue boscose colline. A settentrione luccicavano le acque azzurro cupo del mio lago, a occidente si levava il “cono tranquillo” ch’è la montagna della dea, dirimpetto si stendevano le dimore eterne dei trapassati…”.
La terra descritta, ancora una volta, sembra essere la zona compresa tra Chiusi e Sarteano. Il lago a nord, il “cono tranquillo” che è la montagna di Cetona ad ovest; le strade usate dai tagliapietre, e cioè le vie cupe (Via Inferi) che portavano dalla cava di travertino di Sarteano delle “Pianacce” a Chiusi; la valle con le tombe dei trapassati, “Costolaie e San Giuseppino”. Il figlio di Porsenna dice di essersi “imbattuto” nel mausoleo del padre che, evidentemente, non poteva essere alto 170 metri e poggiare su un basamento di m. 89 X 89 X 89: se queste misure fossero state reali il narratore avrebbe visto il mausoleo da molti chilometri di distanza, ovunque si fosse trovato in tutta la Valdichiana.
Chissà se sapeva tutto questo Papa Pio II quando fece visita a Chiusi per rintracciare la tomba di Porsenna!
Eh si... c'è anche un Papa in questa storia! Enea Silvio Piccolomini,
l'illuminato papa che diede vita a Pienza, la città simbolo
dell'Umanesimo.
Come lui sono stati in tanti a mettersi a caccia del mausoleo del
Lucumone e molti nomi si incrociano in questa mirabolante storia mista a
leggenda.
Dai tempi remoti facciamo un salto mirabolante - con l'ausilio di una
macchina del tempo e di un prolungato effetto dissoluzione - e giungiamo
a solo poco più di 13 anni fa quando, per la prima volta, torna forte il
nome di Porsenna.
Torniamo al 1995 esattamente, quando in un libro si
anticipava l’ubicazione di oltre 100 “nuove” tombe etrusche ancora da
scoprire, in un’area circoscritta fra Sarteano e Chiusi. Ed ecco il
quarto protagonista di questa storia: il libro.
"Io citto, tu citta – i segreti nascosti nelle terre di Porsenna".
Questo è il titolo del libro scritto da Stefano Romagnoli mai dato alle
stampe.
Questo libro, infatti, non può esser pubblicato perché, se lo fosse,
rileverebbe a tutti la locazione esatta di più di un centinaio di tombe,
oltre a quella di Porsenna, che ancora non sono state rinvenute. Un
fatto che spinse gli autori del volume a consegnarlo, accompagnato da un
esposto che denunciava le scoperte, alla Procura della Repubblica di
Montepulciano. Un'autodenuncia degli autori per garantire il patrimonio
dello Stato e, contemporaneamente, per tutelare il primato della
scoperta.
L’esposto fu anche inviato al Ministero dei Beni Culturali, alla
Soprintendenza per la Toscana, a tutti gli Enti preposti ed, anche, al
Presidente della Repubblica.
Per tutta risposta, l’allora Soprintendente della Toscana, denunciò i
tre autori del libro per millanteria e probabili ricerche non
autorizzate. La Procura avviò delle indagini per appurare se fossero
stati fatti scavi abusivi non consentiti.
Una Commissione guidata dal Procuratore della Repubblica Federico
Longobardi; dal CTU della Procura della Repubblica, il Professor Angelo
Vittorio Mira Bonomi; dall’ispettore Onorario per i beni archeologici,
Giulio Paolucci e da altre autorità per la tutela del patrimonio
archeologico, nonché dalle forze dell’ordine e dallo stesso Romagnoli e
dai suoi due amici. Furono effettuati dei sopralluoghi in 14 siti
enunciati nel libro. Tra questi 14 siti era compreso il Pianoro delle
Pianacce, quello in cui è stata ritrovata la tomba della Quadriga
Infernale e l'ultima scoperta annunciata solo qualche giorno fa.
Dalla scoperta della tomba fatta dall'archeologo Methz negli anni '50 e
fino al momento del sopralluogo le Pianacce erano state ignorate dagli
studi archeologici. Ingorate al punto che parte del pianoro era
stato adibito a zona edificabile, sia per edifici privati che
artigianali.
Per ogni presunta struttura ancora sepolta ed indicata sul libro
vennero presi appunti e misure: dati completi di oltre 300
fotografie ritraggono Romagnoli ed i suoi amici - De Ieso e Pellegrini -
mentre indicano con l’indice il punto esatto dove scavare per riscoprire
i tesori ancora sepolti. A verbale, da parte loro, i rappresentanti
della Soprintendenza della Toscana, dichiararono e firmarono che non
poteva esserci nulla in nessuno di quei 14 posti, compreso il numero 8
(il Pianoro delle Pianacce). Al contrario, il CTU della Repubblica,
Angelo Vittorio Mira Bonomi, diede come attendibili circa il 60% delle
scoperte presunte nel libro. Una dichiarazione che fu presa in seria
considerazione dalla Procura che, infatti, dopo aver redatto un verbale
per ogni singolo sito, archiviò il caso perché il libro era attendibile
e, quindi, non era stato commesso nessun millantamento; che non era
stato messo a rischio il patrimonio culturale e, inoltre, che non erano
stati eseguiti scavi o ricerche non autorizzate ma solo ricerche storico
scientifiche.
Il film, a questo punto, dopo aver sfiorato il genere poliziesco prende
la piega più strana e "inverosimile". I tre autori del libro, infatti,
vengono ignorati da tutti meno che dalla stampa. Dai giornali locali
fino a quelli nazionali come "Corriere della Sera" fino alla Rai.
A fare clamore fu, senza dubbio, la magica, mitica parola: Porsenna.
Sempre il favoloso re che domina nei sogni dei ricercatori, degli
appassionati di storia antica... e, persino, dei magnati. Proprio come
quel filantropo giapponese che, pare, proprio all'epoca del boom
mediatico, propose di finanziare gli scavi per l'individuazione della
tomba.
Intanto i tre appassionati scrittori erano diventati "visionari", pazzi,
da emarginare... il silenzio era tornato a cullare il sonno del
Lucumone.
Fino al 2003: nuovo colpo di scena. In quell'anno viene alla luce la
splendida tomba della Quadriga Infernale, sul pianoro delle Pianacce.
Una scoperta che ha inserito Sarteano tra i centri più importanti di
tutto il mondo estrusco.
E si torna, dopo qualche anno dai sopralluoghi della Procura, proprio in
quel luogo protagonista della storia... in quel punto che appare così
"azzeccato" rispetto alle descrizioni sulla ubicazione del mausoleo di
Porsenna. Romagnoli credeva, all'epoca, di aver individuato la tomba di
Porsenna... si era sbagliato! Quella era la Quadriga Infernale. Altro
colpo di scena!
Si torna a scavare alle Pianacce, a pochi metri dalla splendida tomba
rinvenuta cinque anni fa. E, precisamente, all’ingresso delle pianoro -
se si arriva da Chiusi percorrendo la “via degli Inferi” che è una
strada indicata nel libro già citato (già protagonista).
Anche sulla “strada” ancora non valorizzata ci sarebbe molto da dire.
Romagnoli parla di una via formata da un selciato composto di grandi
pietre irregolari che si inerpica fra rocce che sembrerebbero tagliate
all’uopo e che, da Chiusi, portava alle necropoli delle Pianecce e della
Solaia; necropoli che sono situate, rispettivamente, prima e dopo
Sarteano. Una strada sacra e particolarmente importante perché lì –
“…sub urbe Clusium…”, come scrive Terenzio Marco Varrone – c'era il
mitico mausoleo che annuncia la tomba del grande Lucumone delle 12
lucumonie che componevano l’intera Etruria; la tomba, quindi, del grande
Re di tutti gli Etruschi che, come ormai tutte le recenti scoperte
sembrano confermare, per primo sconfisse e governò anche su Roma!
La favola del mausoleo torna a far sognare e riempie di emozione
l'annuncio della Dottoressa Alessandra Minetti, direttore del Museo
civico archeologico di Sarteano, che spiega di aver trovato delle
fondamenta di un importante monumento, a mezzaluna e della larghezza di
metri 16, risalente al V secolo prima di Cristo. Un monumento funebre su
cui sarebbero stati esposti i corpi dei morti durante le cerimonie
funebri; ma, “che nulla centra con Porsenna”. Pure, su quell'area sono
state trovate tombe del quarto e terzo secolo avanti Cristo. Se quella è
una struttura del quinto secolo vuol dire che, in quell'area, non sono
ancora state trovate le tombe che risalgono a quella struttura, al culto
di quei morti che, certo, avranno avuto immediata sepoltura...
Qui la storia si interrompe. Sullo schermo appare la parola "intervallo"
e le luci in sala si accendono.
Resta un sentimento di attesa, l'ansia di sapere la fine di una storia
bellissima, avvicente, piena di colpi di scena...
Probabilmente, seppure fosse in quel luogo esatto, non si troveranno
tracce del mausoleo di Porsenna. Pensare che i romani abbiano lasciato
intatto il monumento simbolo del loro nemico è decisamente impensabile.
Ma forse qualche traccia del mitico re ancora resta nascosto nello
spazio tra Sarteano e Chiusi.
Del resto, c'è ancora chi rincorre l'arca dell'Alleanza. Chi aspetta di
scoprire la seconda sfinge nella piana di Giza.
Il sogno ... non c'è tesoro più grande. IVAN MEACCI
3 febbraio 2009, 11:48

di Ivan Meacci
SARTEANO. L'interesse per il monumento sepolcrale, mausoleo del
grande re Lars Porsenna la cui umanità, equilibrio e spirito di
giustizia esaltavano le doti di leggendario condottiero-sacerdote a
tal punto da configurarlo come monarca delle dodici lucumonie, ha
stimolato l'attenzione delle gente comune e degli storici dai tempi
di Plinio il Vecchio (23-79 d.C).
Esistono interpretazioni grafiche del monumento sepolcrale, di noti
architetti, che risalgono al Rinascimento. Il più importante
realizzato hai giorni nostri, probabilmente, è quello
dell’Architetto Bonomi (foto).
Tutti coloro che da sempre - architetti, archeologi, appassionati e
malintenzionati, - si sono interessati al “mitologico” Re, fanno
riferimento alle fonti
varroniane
riportate da Plinio il Vecchio; fonti che danno una chiara
descrizione del monumento. Soprattutto lo storico Varrone (116-27
a.C.) che scrive al presente e dà la sensazione di descrivere un
complesso ancora esistente che ha visto o, più probabilmente, che
gli hanno riferito direttamente.
Dalla precisa descrizione del Varrone si ottiene, anche, l’imponenza
del monumento, che non poteva quindi trovarsi sottoterra, come in
molti hanno sostenuto; e, nella nostra zona, gli esperti ci dicono
che esistono pochissimi ipotetici basamenti o piani di quella
grandezza capaci di sostenere il peso di tale monumento.
Abbiamo incontrato Stefano Romagnoli, controverso personaggio che si
muove con disinvoltura negli ambienti dell'archeologia locale.
Controverso perchè amato dai sarteanesi e tenuto a distanza dagli
esperti locali del settore: dai professori che hanno sempre ignorato
- con una ostinazione non trova spiegazioni - le sue indicazioni
circa l'ubicazione della mitica tomba di Porsenna.
Lui, impegnato in lunghe e testarde battaglie per vedere
riconosciuti i suoi studi, oggi ha forse trovato una tangibile e non
più ignorabile prova delle sue indicazioni, delle sue teorie.
Il re Porsenna giace sepolto nel sottosuolo della città di
Clusium: “Sepultus est, inquit, sub urbe Clusio…, sotto un monumento
di pietre squadrate, largo 300 piedi e alto 50. Le fondamenta
rettangolari e uniformi celano un intricato labirinto dal quale
nessuno può trovare uscita senza un filo d’Arianna. Su queste
fondamenta si alzano cinque piramidi, quattro agli angoli e una al
centro. Sulla cima, ognuna reca un disco di bronzo da cui pendono
campanelle appese a catene che lungamente risuonano a ogni alito di
vento. Sopra il disco si ergono altre 4 piramidi ciascuna alta 100
piedi. Sopra la seconda serie di 4 piramidi vi è una piattaforma
dalla quale si ergono altre 5 piramidi (5 piramidi della cui altezza
il Varrone non precisa)”. Ora, sulla base di questa citazione dal
Varrone, le mura ritrovate non sono un po’ piccoline?
"No, questo non si può proprio dire a meno che vogliamo continuare a misurare i “piedi”, citati dallo storico romano, come se fossero la misura inventata dagli inglesi nei tempi moderni. Io, personalmente, dubito che i piedi degli etruschi erano lunghi come quelli degli inglesi di oggi! Comunque, la mezzaluna che è stata ritrovata non è che la parte iniziale del mausoleo. La parte quadrata sta davanti".
Ma davanti sono stati fatti dei saggi e non è stato rinvenuto nulla?
"Hanno scavato un fosso di cm 80 per una ventina di metri in lunghezza. Qualsiasi esperto confermerà che un saggio così superficiale non è sufficiente ad escludere che più sotto possa esserci una costruzione molto grande".
E il labirinto dov’è?
"Il labirinto di Porsenna non è un labirinto reale. Il labirinto che cercano gli archeologi non esiste. Gli unici labirinti che sono mai stati trovati, da queste parti e non solo, sono quelli incisi sulle pietre che dominano gli ingressi delle tombe. Servivano, probabilmente, per rilevare a chi sapeva interpretarli, dove si trovava quello che stavano cercando. Una metafora incisa graficamente sulla pietra che può svelare un tesoro ma anche altro. Il labirinto di cui parlano i “nostri storici” è una di queste pietre, e non un labirinto come lo si immagina comunemente. E, comunque, su questa metafora del labirinto si possono consultare decine di testi ai massimi livelli accademici nazionali e non; basta cliccare labirinto su internet".
Come hai potuto fare una datazione così certa di quella mezzaluna?
"Che la data coincida perfettamente con il tempo di Porsenna è un dato ufficiale; è l’unico dato, insieme a quello del ritrovamento, che è stato fornito ufficialmente ai media dal “gruppo Archeologico” che esegue gli scavi".
Cosa ti dà la certezza, se ce l’hai, che questa mezzaluna sia parte del mausoleo di Porsenna?
"L’ubicazione di queste fondamenta! Qui, scusate, ma dobbiamo riparlare del clamoroso errore in cui sono caduti sin dall’inizio gli studiosi. A giustificazione dei quali dobbiamo ricordare che, prima hanno dovuto tradurre dal greco antico (quello di Plinio e Varrone) e, poi, dal latino antico al moderno ed, infine, in italiano. Quest’ultimi, forse interpretando ancora dall’inglese…, hanno tradotto sub con sotto. Ma, come Mira Bonomi conferma, sub significa “davanti”. Ora, se noi ci mettiamo di spalle – perpendicolari - alla base retta della mezzaluna, fronteggiamo perfettamente la sua Città di Chiusi, sulla destra abbiamo il Cetona (la sua montagna sacra: il Grande Cono, come lo chiamava lui) e davanti la nemica Roma. Esattamente come dice il Varrone: “Sepultus est, inquit, sub urbe Clusio… E’ sepolto, qui, “davanti” alla Città di Chiusi …fra l’urbe di Chiusi e la Solaia, in un posto dove si guarda a Chiusi e si domina Roma.”
C’è qualcos’altro d’importante che hanno ritrovato?
"In un dromus è stato ritrovato, e lasciato lì come ornamento davanti alla Tomba della “Quadriga Infernale” un grande capitello. Un capitello rotondo a base quadrata di proporzioni inusuali nel nostro territorio e che, molto probabilmente, è il capitello di una grande colonna che finiva a punta… Il Varrone parla di 5 colonne a punta".
Sei a conoscenza di altri indizi?
"Io sono l’ultimo a cui lo farebbero sapere ma, in paese, si dice che, ancora in uno dei dromus, siano stati ritrovati dei campanellini in bronzo o altro metallo. Se questa notizia fosse confermata sarebbe un’ulteriore importantissimo indizio, perché, secondo i testi, le colonne del mausoleo erano sormontate da centinaia di campanellini".
Quella che tu avevi, in un primo momento, indicato come la tomba di Porsenna, però, si è rilevato essere di qualcun altro..
"Io non ho potuto fare studi o rilievi sul posto, mi sono basato esclusivamente sulla teoria ma, se mettiamo a confronto la cartina della necropoli del Pianoro (quella disegnata da me, nel 1996, basandomi sulle mie conoscenze ed intuizioni teoriche), con quella delle tre tombe scoperte dopo nello stesso posto (compresa la Quadriga Infernale), possiamo osservare che l’unico errore che ho commesso - di un paio di metri - è quello della “Quadriga”; mentre, le altre le ho indicate quasi perfettamente al centimetro e, addirittura, nella loro conformazione; così come tutte le altre che hanno rinvenuto nel pianoro dal 2003. Ma, grazie a tutte le scoperte che hanno fatto sulle mia indicazioni, oggi sono in grado di essere ancora più preciso. La tomba del Re, da non confondersi con il mausoleo, si trova esattamente 18 metri sotto il suolo, nel centro del Pianoro delle Pianacce, pochi metri a nord dalla Quadriga Infernale, a 10 metri dalle fondamenta appena ritrovate!