Questo sito non utilizza cookie per inviarti pubblicità e servizi
in linea con le tue preferenze, ne cookie di terze parti.

HO MOMENTANEAMENTE DISABILITATO PARTE DEL MIO SITO
PER RISTRUTTURARLO , IN BASE ALLE NUOVE NORMATIVE

 

GLI ETRUSCHI:

GLI ETRUSCHI
ORIGINI -- LA DECADENZA -- LA SOCIETA' ETRUSCA -- LA FAMIGLIA ETRUSCA
PADRONI E SERVI -- LA DONNA -- LA VITA ATTIVA -- LA VITA QUOTIDIANA
L'ARTE - L'ARTIGIANATO -- LE CITTA' ETRUSCHE


ORIGINI - Degli Etruschi si sa ancora ben poco, ed i testi sui quali oggi si basa la storia di questa civiltà risalgono all'antichità greca e romana. Erodoto il grande storico greco offre una ricostruzione sulle origini, ma gli Etruscologi e gli archeologi tendono oggi a limitare fortemente la sola interpretazione di Erodoto; una teoria la sua, diffusissima fra tutti gli scrittori classici. Il suo racconto sembra risentire troppo dai miti e delle favole, che nell'antichità tendevano a far dipendere l'origine e la nascita degli Etruschi, questo popolo occidentale, da una migrazione venuta dall'Oriente, dalla Lidia, a seguito di una grave carestia in epoca mitica, e cioè poco dopo la guerra di Troia, guidata da un grande condottiero: Tirreno.
Dionigi Alicarnasso discutendo la tesi di Erodoto formulò un'altra ipotesi: quella dell'origine autoctona degli Etruschi; mentre Livio in un discusso passo ha accreditato una terza teoria, di una provenienza settentrionale di questo popolo, di cui i Reti e altre popolazioni alpine sarebbero le spoglie.
Avevano ragione in parte tutti e tre anche se le loro tre teorie sono errate.
Infatti, una certa resistenza all'origine solo orientale, é motivata dalle difficoltà in cui oggi si trova l'archeologia, di vedere nel continuo sviluppo un concatenamento delle civiltà che si sono succedute nell'Italia centrale, non con una frattura abbastanza decisa e netta; quindi non solo il frutto di un "solo" popolo straniero emigrante.
Per molto tempo si è pensato di poter collocare questa frattura intorno al 800 a.C., nel momento in cui, cioé questa civiltà che viene dall'Oriente, sostituisce la civiltà preesistente nel territorio italiano; civiltà quest'ultima, chiamata "Villanoviana" perché fu identificata e definita la prima volta in un paese chiamato Villanova, nei pressi di Bologna.
Si é scritto (citando Livio X, XXXIII) che gli Etruschi fondarono Bologna (Felsinea), Modena, Piacenza, Ravenna, Spina e Mantova, mentre invece sappiamo oggi che queste località erano già abitate. Bologna aveva un importante insediamento nell'area dell'attuale centro storico. Un grande comprensorio a macchia d'olio che attorno all'anno 1000 a.C. si era saldato e stabilizzato; vi si praticava la metallurgia, l'artigianato e una larga trama di commerci, quindi già un importante capoluogo della civiltà Villanoviana (autoctona) anche se con moltissimi influssi dell'area mediterranea (attraverso Adria e Spina) e con quelli settentrionali, padani e subalpini, prima dell'arrivo degli Etruschi.
I palafitticoli, abbandonate le valli alpine e la stessa Pianura Padana, vi erano già arrivati con la loro ricca cultura intorno al 1300 a. C. Non molto distante, a Este, c'era un grande centro dei "palafitticoli"; e nel Veneto di insediamenti se ne contavano parecchi, a Padova, Vicenza, Verona, Rovigo, e.... dove sorgerà in seguito (gli unici rimasti fedeli a questo tipo di abitazione) Venezia.
Anche i Galli Boi, nella metà del secolo IV, del capoluogo emiliano ne rivendicarono la fondazione (chiamandola Bononia). Altrettante pretese avanzarono i Romani nel 191 a.C. che vi dedussero una colonia nel 189 a. C.. (Insomma tutti operavano come Pissarro e Cortes in America, portandovi, loro assicuravano, la "civilta"! E spesso cambiavano nome nel luogo dove arrivavano).
Oggi i recenti e continui progressi della ricerca archeologica, hanno portato gli studiosi a poter concludere che tra le tesi dell'origine orientale e dell'origine autoctona degli Etruschi non c'è un vero e proprio contrasto; ci si va sempre di più orientando in una risoluzione più equilibrata del problema. Si deve cioé concludere che se elementi orientali sono giunti sulle coste tirreniche, questi (poco importanti numericamente) non hanno modificato in modo sensibile e profondo gli insediamenti della civiltà delle popolazioni preesistenti. Infatti, le basi della civiltà villavoviana trovano nella civiltà etrusca uno sviluppo di certe sue caratteristiche essenziali: ma non viene superata né tanto meno distrutta dagli Etruschi, bensì in una forma, spesso non manifestata (altezzosamente quella etrusca) da entrambe le due civiltà, sviluppata ed ampliata. Così sviluppata e ampliata la autoctona che sarà questa a distruggere l'altra.
Il problema che non era stato risolto fino a pochi anni fa, era invece la lenta comparsa (1800-1500 a.C.) e la successiva improvvisa scomparsa (1300 a.C.) dei palafitticoli; prima nei laghi alpini, poi nella Pianura Padana. Una civiltà questa che si pensava fosse giunta dal centro Europa. Invece oggi sappiamo che era scesa dalle Porte di Ferro (confine Jugoslavia-Bulgaria-Romania), anche questa proveniente dall'Oriente da dove era partita risalendo il Danubio; ma emigrata dalla Tracia mille anni prima, e in alcune zone, duemila anni prima che emigrassero gli Etruschi dalla Lidia e approdassero in Toscana.
Questo popolo (noto anche come cultura detta dei "Campi di urne") prima occupò le Valli Alpine e Prealpine, poi scese nella pianura Padana, in Emilia, infine intorno al 1100-1000 a.C. in Umbria e nel Lazio. Nell'area dove Romolo farà sorgere Roma nel 753, alla base del Palatino, sono state rinvenute inumazioni con il sistema della pratica incineratoria (sconosciuta ai latini dei Colli Albani) databili 1100 a. C. - E anche più antiche, del 1500 a.C. che fanno pensare che i palafitticoli (questo popolo silenzioso e fantasma, ma con una grande cultura) vi si erano già spinti quattro secoli prima. (Vedi Fondazione di Roma)
Dai dati linguistici (molto compositi ed eterogenei, la cui documentazione é attinta da materiali ed epoche diverse, d'altre età e aree) e dalla documentazione archeologica si ricava un'organica e logica sequenza di fenomeni culturali, in cui é difficile, se non impossibile, fissare dei paletti, delle pause, alle quali attribuire il valore di un salto qualitativo storico proprio di una sola migrazione orientale (Teoria di Erodoto). E sulla base dei dati storici-culturali, linguistici e archeologici sono da respingere sia quella autoctona (teoria di Alicarnasso) sia quella di origine settentrionale (teoria di Livio).
Più semplicemente quella Etrusca, va intesa come una migrazione avvenuta da diverse direzioni e in tempi diversi, ma sempre con un'unica origine orientale. I palafitticoli del Nord, come a Costanza o a Ledro (TN) ecc., 1000 anni prima, avevano con se moltissimi oggetti della cultura Tracia-Micenea, e altrettanto portarono con sé quelli sbarcati poi in Toscana, ma portandosi dietro la cultura Micenea di mille anni dopo, già assorbita ed evolutasi in quella Pre-Ellenica. (1000-800 a. C.)
Che i Tirreni-Etruschi provenissero dal mar Egeo non ci sono più dubbi. La scoperta a Lemno di una iscrizione in lingua pre-greca (arcaica- Fenicia 1 - origine 1519-1220 a. C.) ha messo in luce, strettissime e indubbie affinità, fra quella lingua e quella etrusca. E l'isola di Lemno (nomo di Lesbo) era abitata da un popolo originario della..... Tracia. (!!! attenzione a questo nome - apparirà spesso - nulla a che vedere con la storia della Tracia Romania Romana)
In Tracia (lo sappiamo da pochissimo tempo) sembra sia esistita una grande civiltà millenaria, anteriore a quella Sumerica. Qui del resto non molti anni fa, sono state rinvenute le Tavolette Tartarie e i primi sigilli rotondi sumerici-babilonesi-egiziani; e sembra che proprio qui i Sumeri scoprirono l'arte della scrittura. E forse i Fenici in seguito a contatti con i Traci nacque loro l'idea dell'Alfabeto. La lettera N della Tracia del 3500 a.C. sarà un caso che in sumero, in egiziano, in fenicio, in etrusco, in greco, in latino, é sempre uguale?
Le Tavolette Tartarie hanno rimesso in discussione l'origine della scrittura; un giallo, perché sono state trovate dove non ci dovevano essere. E insieme a queste molti altri oggetti e tesori che hanno sconvolto il mondo archeologico.
Sembra proprio che la preistoria Europea sia nata qui, in Tracia.
Una civiltà quella della Tracia, che all'epoca delle conquiste romane era del tutto scomparsa. I Greci l'avevano cancellata. Anche se 4000 anni prima avevano fondato Troia, erano stati i primi a sbarcare a Creta mille anni prima della civiltà minoica (il toro, il Taurus era un culto Trace!), avevano creato quasi tutti gli dei greci (Zeus in Trace significa Dio, e Dionisio suo figlio - nysos in Trace significa giovinetto; Lo stesso Orfeo e l'orfismo era Trace. Il mitico Monte Olimpo era Trace, perché posto al confine dell'antichissimo territorio Trace.
I Greci si impossessarono oltre che del territorio anche di tutto la mitologia della Tracia. Molti, ancora oggi, credono che la mitologia greca sia greca, invece é della sconosciuta Civiltà Tracia. Quando i Greci fondarono sul Mar Nero, Apollonia nel V sec. a.C. eressero una statua alta tredici metri (scultore Calamide) in onore del dio Trace affinché proteggesse la... Grecia; e quel dio era Apollo onorato in Tracia 2000 anni prima di quello greco (ritrovato a Dupljaja nel Banato) ecc. ecc. Poi se ne impossessarono. Cosi la dea Cibele, era la dea delle fertilità Trace (famose le statuette dalle grosse mammelle)
Se rileggiamo Omero (Iliade) scopriamo che accenna a Reso, come al mitico Re Trace, elogia l'elevato grado di civiltà della sua tribù, e resta affascinato dal suo cocchio e l'armatura d'oro puro e del suo cavallo più bello del mondo. A Varna ultimamente è stato scoperto qualcosa che dà ragione ad Omero. In Tracia ancora nel 3200 a.C. sguazzavano proprio nell'oro. Vale a dire duemila anni prima di Reso. Monili d'oro a 24 carati a chili, gli scettri e i gioielli a lamine d'oro come la maschera di Agamennone li avevano già fatti mille anni prima che sorgesse Micene e Troia. E sappiamo oggi dov'era il famoso (tenuto sempre segreto) "forziere" di Traiano nel periodo più opulento di Roma: le miniere d'oro tra la Tracia e la Dacia.
E se rileggiamo anche Erodoto, narra di un popolo con ottime regole e organizzazione sociale, dove ogni famiglia disponeva di una propria casa, che dimorava sui laghi, le cui belle abitazioni non in paglia ma in tavole unite, sono costruite in mezzo all'acqua sopra alti pali. Il popolo - lui che scriveva nel 470 a. C. - li chiama "Antichi" Peoni; la zona è il lago Prasia (oggi lago Takiros); il territorio la Tracia. Di questi villaggi ne sono stati oggi rinvenuti circa 350. Databili 4000 a. C. Sappiamo così da dove veniva l'architettura palafitticola identica a quella delle valli alpine, e chi erano e da dove veniva la cultura dei popoli dei Campi d'Urne.
MA RITORNIAMO AGLI ETRUSCHI
Solo intorno al VII secolo la civiltà etrusca inizia a prendere coscienza della propria esistenza, della propria personalità, della propria lingua, della propria autonomia, rispetto alle altre civiltà che popolavano l'Italia a quell'epoca. Un tipo di società spiccatamente guerriera, in contrasto con le culture esistenti nell'intera penisola, più mite, non agonistica. Questo spiega l'ampia diffusione territoriale degli etruschi e di conseguenza anche la supremazia culturale. Nei secoli che vanno da questa età fino al II sec. avanti C., si ha il grande e rigoglioso sviluppo degli Etruschi, che rappresentano per tutto questo periodo una grande forza politica, sociale, ma anche culturale: si può quindi benissimo dire che la civiltà etrusca sia la prima, grande, potente e fiorente civiltà italiana, pur con tanti difetti.
L'Apogeo della potenza etrusca, si ha soprattutto nel VI secolo, quando gli Etruschi stipulano un'alleanza con i Cartaginesi: alleanza che assicura loro il dominio di tutto il Mediterraneo occidentale; quindi iniziano i floridi commerci.
Verso il 535 si ha una grande affermazione della loro potenza marittima e commerciale con la grande vittoria nella battaglia navale sui Focesi, al largo di Aleria, in Corsica.
Come riprova del grande splendore della civiltà etrusca nel VII secolo e ancora nel VI, basterà ricordare come gli stessi Re di Roma, cioè i Tarquini non fossero altro che Etruschi: quindi in questo periodo gli Etruschi scendono a sud, espandendo il loro dominio e la loro potenza militare ed economica in un "paese" ancora giovane, non ancora bene organizzato: quello Latino. Nella seconda metà del VI secolo gli Etruschi vanno ancora oltre, scendendo nella Val Padana fino alle foci del Po, istituendovi degli importantissimi centri di vita commerciale e dei fondamentali punti d'appoggio (Uno addirittura a Melzo). Mentre a sud giungono fino in Campania, a Capua, mentre i nuovi greci - i moderni - vi stanno sbarcando da sud)
LA DECADENZA - A questa grande espansione della potenza, segue l'inevitabile lento declino, il cui inizio può essere segnalato nel 509, con la cacciata dei Tarquini da Roma, data questa che segna anche il principio della storia di Roma repubblicana: la caduta degli Etruschi inizia già ad essere irrimediabilmente legata all'ascesa di Roma.
Nel 474 il declino incontra un'altra drammatica conferma nella battaglia navale di Cuma, ove la flotta etrusca é annientata da quella Siracusana, che conquista così il controllo del Mediterraneo occidentale.
Nel 423, altro dramma, i Sanniti occupano Capua, avamposto della civiltà etrusca nell'Italia Meridionale. Poi con l'inizio delle invasioni galliche in Italia, intorno al 400, la civiltà etrusca é colpita anche alle spalle, ed entra in agonia. Non solo non é più in grado di fare conquiste, ma non è capace neppure di difendere il proprio territorio. Per farlo avrebbe bisogno di uomini, e di un potere centrale, ma si ritrova ad avere solo dei servi imbelli e dei contadini; quello che ha prodotto la loro società "chiusa".
Si ha quindi il lungo periodo della conquista romana dell'Etruria. I Romani riescono a bloccare, a respingere i Galli, poi avanzano verso il nord attratti dal vuoto di potere che la decadenza etrusca ha creato nelle regioni settentrionali dell'Italia. Nel 358 inizia la guerra tra Roma e gli Etruschi, che si conclude nel 351 con la vittoria di Roma.
Le vicende della conquista romana si fanno più serrate: nel 310 Roma sconfigge gli Etruschi ad Arezzo, Cortona e Perugia; nel 295 con la sconfitta dei galli e degli Etruschi a Sentinum, Roma sottomette i Volsini, Arezzo e Perugia; nel 280 Roma conclude un trattato di alleanza con alcune delle città più importanti della confederazione etrusca: Volsini, Arezzo, Perugia, Vulci, Rusellae, Vetulonia e Populonia. Un potere centrale etrusco non é mai esistito; così ognuno risolve la sua questione in casa propria. Altro non possono fare, una vera nazione Etrusca non é mai esistita, una coscienza nazionale neppure. Il destino é uno solo: quello di sottomettersi a chi sta facendo nascere questa coscienza: la romanità.
Da questo momento l'Etruria diventa romana; e così si concludono le vicende della gloriosa civiltà etrusca, che però non muore culturalmente, anzi, riesce a sopravvivere ancora, fino influenzare alcune importanti caratteristiche della vita sociale e pubblica, oltre che artistica, dei Romani conquistatori.
Non nella lingua però. Ed è un problema avvolto anch'esso, come le origini, in un'atmosfera di mistero. Una lingua impenetrabile e indecifrabile.
L'Etrusco non assomiglia né al latino, né al greco, né a nessun'altra lingua conosciuta. Salvo quella di Lemno citata sopra, cioè un greco arcaico - il Fenicio 1, nell'Egeo poco utilizzato e quasi inesistente nella letteratura, narrativa, storica o epica (i motivi li abbiamo evidenziati nel link "VI FU UN TEMPO....)-
Sono stati decifrati i geroglifici egiziani, gli ideogrammi micenei, i cuneiformi mesopotamici, semplicemente perché abbiamo di queste lingue abbondanza di testi e alcuni scritti in bilingue che hanno permesso di comprendere perfino i segni privi di una base fonica (es. la stele di Rosetta fu la chiave per i geroglifici). E della scrittura Sumera possediamo dei veri e propri vocabolari su tavolette. Di Etrusco invece abbiamo quasi diecimila testi (epigrafici per la più parte) ma molti dei quali sono brevissimi e semplici. Usano quasi sempre le stesse parole; l'etruscologia é attualmente in possesso d'un vocabolario che non supera le 200 parole; una base insignificante che non permette certo di avere a disposizione la conoscenza della grammatica e della sintassi di una lingua. Manca insomma un vocabolario. Per cui si deve rinunciare a comprendere l'Etrusco, finché non si riuscirà a scoprire un lungo testo bilingue, che ci offra la traduzione in greco, latino, o in altra lingua conosciuta di testi etruschi.
Mentre nel Lazio i romani dai greci mutuavano i segni dell'alfabeto Greco-Fenicio 2 e creavano ex novo una lingua, il Latino; gli etruschi (mondo chiuso) proseguivano con l'alfabeto Fenicio 1, che si erano portati dietro dalla Lidia, nell'Egeo, che nel frattempo aveva adottato l'alfabeto 2, e con questo aveva iniziato la sua intensa era letteraria ellenistica, sbarcata poi in Sicilia, nella Puglia, in Campania e infine a Roma.
L'egemonia romana dopo il 280 (con il trattato) condannò per sempre il vecchio alfabeto. Le scuole erano ormai tutte in latino e più nessuno degli insegnanti (forse per nazionalismo o per censura imposta dall'alto - come sempre accade a chi conquista un paese) tradusse un testo etrusco in latino; la lingua dopo un paio di generazioni, nella vita civile, scomparve del tutto, anche nelle famiglie d'origine etrusca. (come poi accadrà molti secoli dopo al latino).
Un altro singolare e ingenuo errore avevano commesso gli Etruschi stanziandosi in Toscana. Insieme alla arcaica lingua avevano adottato anche il calendario della Lidia, mesopotamico, lunare, già millenario. Era arcaico e in Lidia funzionava, ma in Toscana no: le stagioni non erano le stesse. I tempi dell'agricoltura non collimavano, anzi un arcaico calendario indigeno funzionava meglio. Gli Etruschi lo ritoccarono più volte saltando mesi; Ma dopo pochi anni risultava sempre sfasato con le stagioni. La ragione era semplice c'erano due-tre gradi di latitudine di differenza, e corrispondevano a 4-6 gradi di temperatura inferiore; oltre che essere la durata del giorno diversa.
Quando in Mesopotamia o in Anatolia iniziava la semina, in Toscana si era ancora nel freddo "febbraio". Le stagione delle piogge in Mesopotamia avvenivano in aprile, in Toscana in autunno.
Anche il calendario romano di Numa incorse in questo stesso errore. Per oltre 700 anni nessuno aveva capito perchè. Fu solo dopo Giulio Cesare - nel 49 a.C., di ritorno dall'Egitto con la scoperta dell'anno solare che le cose andarono per il verso giusto. Dopo 13 mesi lunari non ritorna la primavera, ma dopo 12 mesi solari la durata del giorno é invece esattamente uguale a quello dell'anno precedente, e in quelli seguenti. Occorsero quasi duecento anni per introdurre ufficialmente l'Anno Giuliano, che é ancora quello d'oggi, divenuto più esatto con Papa Gregorio nel 1582, e che per questo si chiama Gregoriano.
LA SOCIETA' ETRUSCA - La civiltà etrusca si é scritto sopra é la prima, grande, potente e fiorente civiltà italiana. E' diversa dalle altre non solo perché ha un ricco bagaglio culturale e tecnologico, pur importantissimo; ma perchè ha qualcosa in pìu rispetto alle altre; è bene organizzata e strutturata nella sua vita politica e sociale. (anche se discutibile).
Questa complessa e sviluppata civiltà a differenza di quella romana - pur quasi contemporanea - ha dei grandi pregi ma anche potenzialmente dei difetti; che sono poi quelli che la porteranno alla decadenza.
I Romani (o meglio per il momento i Latini ) già dopo appena due secoli, mutuano i primi, e cercano di evitare i secondi quando nel 509 danno vita alla Repubblica.
A differenza della civiltà romana, che fin dal VI secolo, attraverso la costituzione censitaria attribuita a Servio Tullio, aveva superato la dualità primitiva tra plebei e patrizi, la società etrusca si presenta perennemente e rigidamente divisa ancora nelle due classi dei servi e dei padroni.
Questo tipo di società si mantenne con conservatorismo assoluto e senza sostanziali modificazioni nel corso dei secoli. L'errore che farà in seguito anche Roma, e dopo Roma, tante altre civiltà, tanti altri popoli, Regni o Stati.
Di questa classe di servi e di padroni etruschi molte aspetti ci sono noti perché le tracce archeologiche ci rivelano molti dettagli. Testimonianze negli arredi funerari che si riferiscono sempre a persone agiate, di un certo livello sociale, non certo a persone umili.
Al sommo della gerarchia della società ci sono i re, che fino ad epoca antichissima ci appaiono alla testa della potenza etrusca. Conosciamo i nomi di alcuni di questi, tramandatatici perché furono protagonisti di famose vicende con i Romani: il celebre Porsenna, Muzio Scevola e Clelia, ma anche di altri re conserviamo il nome, soprattutto attraverso le iscrizioni funerarie.
Per tutta l'Etruria non c'era un solo re, ma ben dodici; tanti quanti erano le grandi città etrusche che facevano parte della "confederazione" dell'Etruria. Le ricordiamo: Volterra, Populonia, Chiusi, Perugia, Vetulonia, Tarquinia, Fiesole, Marxabotto, Norchia, Tuscania, Saturnia, Talamone, Arezzo, Cortona. Erano unite saldamente da vincoli religiosi ma non da un vincolo politico da far pensare ad uno stato unitario e compatto, ma piuttosto ad una federazione in seno alla quale sembra che non era possibile che una città abbia avuto - né poteva ambire - al predominio sulle altre. Troppe le gelosie tra città e città. I re non erano dei monarchi ma figure simili a tiranni che operavano nel loro piccolo regno con una piccola classe oligarchica.
Le insegne del potere regio, ci sono tramandate e descritte dallo storico greco Dionisio di Alicarnasso, nel racconto che egli fa della conquista dell'Etruria da parte di Roma, sotto il regno di Tarquinio Prisco: una corona d'oro, un trono d'avorio, uno scettro decorato nella parte superiore con un'aquila, una tunica di porpora intessuta d'oro e un mantello di porpora ornato da ricami simili a quelli dei mantelli dei re di Lidia e della Persia. Il segno più evidente della sovranità era costituito dai littori che aprivano il corteo reale reggendo sulla spalla il fascio littorio: ognuno dei dodici re etruschi ne aveva uno a disposizione; "Lucumone" era il nome del re etrusco.
Accanto ai re, sono i condottieri, le gerarchie propriamente militari; la loro esistenza storica é legata in ogni caso a quella della loro gens, ed é anche attestato epigraficamente più volte, come nel caso della famiglia dei Tolumnii a Veio.
Uno dei condottieri più famosi della storia etrusca, il cui nome ci é stato tramandato grazie al suo valore - che é stato presentato in termini quasi di prodigi - é Macstarna, che secondo la tradizione romana era venuto a Roma come alleato per mettere la sua spada al servizio di re Tarquinio, mentre nella versione etrusca della stessa vicenda figura prima nel numero dei nemici e poi addirittura in quello degli uccisori di Tarquinio, fino ad occupare uno dei colli di Roma e ad impossessarsi del trono per scopi non certo pacifici. Macstrana é uno dei nomi più prestigiosi di questa classe di condottieri, classe che, come ci mostra il suo esempio, a volte divenne potente fino a tal punto da mettere in pericolo addirittura la stessa autorità del re.
Un'altra categoria della società civile degli Etruschi, molto potente e molto gelosa delle proprie prerogative e privilegi, é quella dei magistrati che costituiscono una classe chiamata a deliberare in una specie di Senato; essa rappresenta la sola assemblea politica dello Stato Etrusco. I magistrati etruschi scelgono fra di loro un "princeps" che, eletto una volta ogni anno, può sostituire in certi casi il re, e fa le funzioni di una specie di presidente della repubblica, assistito da una serie di magistrati, anch'essi eletti una volta ogni anno, che compongono un collegio simile a quello degli Arconti di Atene.
Su questi magistrati, sui loro titoli, sulle vicende della carriera, sulle attribuzioni e sui privilegi che loro spettano, l'epigrafia supplisce in larga parte al silenzio degli storici, e ci fa conoscere una serie di "carriera" molto più complicata e difficile di quella che caratterizzerà la vita pubblica romana. (gli assomiglierà quella bizantina).
Oltre queste cariche, minori ma importanti indubbiamente all'interno della società etrusca, sono le cariche sacerdotali e amministrative, che al momento attuale delle ricerche, non sono altro che puri nomi. Solo qualche rapida notizia; elementi che sembrano abbiano avuto particolare risalto, in quanto avevano una diretta partecipazione al governo. Nella lingua etrusca é stata infatti riconosciuta tutta una famiglia di parole, derivanti dalla radice zil che significa "governare", come zilic, zilath che significa "magistratus", cioè sia la carica della magistratura, che la persona che la esercita, il magistrato; e ancora zilaxjnve, zilachnuce, che valgono "ha fatto il magistrato". Certi zilath portavano un altro titolo, maru, che voleva dire un insieme di magistrati e sacerdoti (come gli edili, i pontefici romani); infine il presidente del collegio degli zilath (una specie di consiglio dei ministri) e il "primo zilath" era appunto il "primo ministro" o "presidente del Consiglio".
Questa era la complessa vita di ogni regno, e queste erano le più alte magistrature nel quadro delle singole città etrusche. A livello di "Nazione", quando cioè le varie città si riunivano periodicamente nella Confederazione, veniva eletto uno zilath supremo, che é confermato epigraficamente nella denominazione di zilath mechl rasnas, cioè "zilath del popolo etrusco" cioè governatore di uno stato, che c'era formalmente ma non c'era nella sostanza. Questo stato organizzato era solo una gran bella facciata, dietro non c'era una "Nazione", ma servi e contadini.
PADRONI E SERVI - Al di sotto di queste categorie accennate sopra di padroni e dirigenti, non vi erano che servi: nei palazzi delle città, nelle fattorie delle campagne, nelle miniere e nelle officine, viveva una grande, anzi la massima parte della popolazione etrusca; che aveva anch'essa una sorta di gerarchia o almeno di distinzione.
In primo luogo vi era la folla dei "domestici", che viveva numerosissima presso le dimore dei ricchi; avevano incarichi molteplici, come quello di provvedere al servizio diretto del padrone, servire a tavola, preparare e organizzare la cucina e i rifornimenti, insomma tutte le attività che si svolgono all'interno e fuori di ogni casa.
Di tutt'altro genere e molto di più numerosi erano i servi di campagna, che erano impiegati nell'agricoltura. Più che schiavi erano "animali" da soma; cioè dei miserabili "animali" addetti alla fatica dall'alba fino al tramonto.
Su questi strati inferiori della popolazione le notizie sono molto rare e incerte, oltre che naturalmente frammentarie in massimo grado: al di là dei pochi indizi fornitici dalle iscrizioni funerarie e in maggiore quantità dagli affreschi delle tombe, che spesso ci mostrano i servi di città nell'atto di servire a tavola, o accanto al padrone a soddisfare le sue richieste, o alcuni contadini impegnati nel lavoro dei campi, ben poco si sa di questa vasta parte della popolazione etrusca. Evidentemente però doveva vivere in modo quanto mai incerto e senza alcuna possibilità di sviluppo: la vita sociale degli Etruschi era nettamente chiusa, bloccata, secondo uno schema di casta, che non permetteva alcuna possibilità alle classi inferiori di accedere a quelle superiori. (Quando poi ebbero bisogno di contrastare un nemico esterno, pagarono molto caro questa chiusura)
Del resto la potenza, la dignità, la grandezza di un Etrusco era data soprattutto dal numero dei domestici, degli schiavi, dei liberti, clienti e di etera di cui riusciva a circondarsi. Le ultime tre categorie erano i pochissimi elementi entrati con il loro servilismo nelle grazie dei padroni, che godevano una certa libertà e una maggiore considerazione. Fino al punto da essere alla loro morte tumulati nella tomba di famiglia.
LA FAMIGLIA ETRUSCA - Era costituita dal padre e dalla madre che convivono con i figli ed i nipoti, e si distingue dalla famiglia romana o greca. Gli Etruschi sembrano aver avuto sempre delle famiglie solide, i cui componenti erano legati tra loro da stretti vincoli molto sentiti e vissuti intensamente; nessuno dei familiari contestavano al "pater familias" l'autorità di guida, che verrà a lui attribuita soprattutto dai Romani, come appare da tante iscrizioni nella quale la filiazione é appunto paterna. Grazie a queste iscrizioni noi possiamo oggi conoscere i principali nomi di parentela in lingua etrusca: clan significa figlio, sec figlia, puia sposa, tusurthi gli sposi; nonno si diceva papa, nonna atinacna, fratello thuva, nipote papacs.
Del resto la stessa iconografia così tipicamente etrusca delle tombe, che presentano il marito e la moglie sdraiati l'uno accanto all'altra, adagiati sul letto funebre, in atteggiamento dignitoso e affettuosamente familiare, nel gesto di protezione (vedi immagine d'apertura) del marito e nella tenera fiducia della moglie, esprime l'importanza che la famiglia aveva presso gli Etruschi. La coppia era solida.
Da notare che nelle tombe compare in evidenza sempre accanto al nome il prenome del padre e della madre di entrambi i coniugi.
"Vel Titio Petronio, figlio di Vel e di Amelia Spurinna riposa qui con la moglie Veila Clantia figlia di Arrus".
LA DONNA - All'interno della famiglia Etrusca, la donna ha un posto di notevole risalto; anche nelle iscrizioni come abbiamo appena letto, é possibile notare il particolare che distingue lo stato civile etrusco: il nome delle donne é preceduto dal prenome; mentre una donna romana, per quanto illustre, sarà sempre soltanto una Claudia, una Cornelia, ed anche se imperatrice, una Livia: le donne etrusche erano individuate con un prenome che assicurava loro una personalità all'interno della famiglia: inoltre mentre la forma onomastica latina menziona dopo il prenome gentilizio solamente il prenome del padre: Marcus Tullitus, Marci filii; l'epigrafia etrusca, vi aggiungeva il nome della madre. Queste usanze, nella loro singolarità e nella loro persistenza, ci offrono un indizio della particolare posizione della donna nella famiglia e della società etrusca. Diremmo oggi, una donna emancipata.
La donna etrusca, infatti, presso gli scrittori greci e romani, non godeva di grande reputazione; se la donna greca e quella romana vivevano nell'ombra della casa, l'ideale della donna etrusca ed i suoi costumi sono profondamente diversi. Dal marito é tenuta in alta considerazione.
(I mariti romani al massimo, quando lo facevano, scrivevano sulle tombe della loro sposa "domum servavit". Che in poche parole voleva dire é stata una "buona servetta della mia casa").
La donna etrusca "esce" molto, ha un'importanza a livello politico e anche amministrativo, vive cioè pienamente la vita della famiglia e della società. Le donne etrusche non godono soltanto di una libertà a confronto delle donne romane, ma all'interno della società civile adempiono anche una funzione preponderante addirittura: al punto tale che ha fatto giungere a conclusioni forse eccessive, facendo parlare di vero e proprio matriarcato delle donne etrusche. A testimonianza non vi sono solo esempi storici di donne particolarmente in vista nelle vicende politiche, ma anche esempi archeologici che ci mostrano l'importanza che la donna ha nelle tombe etrusche: non soltanto nella posizione, ma anche nella scelta dell'arredamento.
Insomma la donna etrusca vive pienamente tutta l'attività intensa della società etrusca, occupando un ruolo di vero privilegio, investita quasi da un'autorità sovrana: é lei l'artista, la donna colta, curiosa delle preziosità dell'ellenismo e promuove la civiltà e la cultura del proprio paese, ed infine é venerata nella tomba come se fosse una dea. Fatto curioso è che nei ritratti dei coperchi delle urne, sono rappresentate in un realismo straordinario, non evitano di mostrare crudamente i segni della vecchiaia, la riproduzione accurata dei difetti fisici, o la bruttezza del proprio viso. (come quella presente al Museo Grandacci a Volterra). Si fanno ritrarre (si suppone ancora quand'erano in vita) fedelmente; ci tengono a rimanere se stesse; indubbio segno di un forte carattere.
LA VITA ATTIVA DEGLI ETRUSCHI - Com'è del resto oggi la Toscana, l'Etruria era una regione fertilissima, sempre celebrata come "Etruria felix"; una terra opulenta, ricca e generosa, coltivata con amore e tenacia. Plinio così ce la descrive: " Il paesaggio é molto bello. Immaginate un anfiteatro immenso, quale soltanto la natura può offrire: una piana vasta e spaziosa cinta da colline e monti che hanno fino alla sommità boschi antichi d'alto fusto, e selvaggina abbondante e varia. Dall'alto dei boschi scendono in declivio; là in mezzo, pingui colline di terra buona, perché in nessuna parte é facile trovare roccia, anche se la si ricerca. Non sono inferiori per fertilità i campi situati nella pianura vera e propria: ricche messi vi maturano più tardi, é vero (Il calendario ! ) ma non meno bene. Ai loro piedi da ogni lato si stendono i vigneti allacciati tra loro in modo da coprire uniformemente lo spazio in lungo e in largo; e al limite inferiore, quasi a formare un bordo, sorgono boschetti, e poi prati e ancora terreni da grano, che non si possono arare, se non con l'aiuto di buoi possenti e aratri robusti. Poi praterie cosparse di fiori producono trifoglio, e altre erbe, sempre giovani e tenere, come se appena nate, essendo questi terreni irrigati da sorgenti inesauribili".
E' evidente che Plinio si riferisce all'Etruria interna, quella delle alte valli del Tevere e dell'Arno; molto diversa era la situazione sulla costa. C'erano le paludi della Maremma e la malaria affliggeva e turbava profondamente la vita dell'Etruria. Anche se affrontarono con coraggio, tenacia ed ingegno il problema delle paludi e quello idrografico della distribuzione e regolamento delle acque, col decadere della potenza etrusca, le opere di canalizzazione furono abbandonate. non più curate e sorvegliate, e le paludi della Maremma tornarono a dominare il territorio fino a tempi recenti. Scoperte archeologiche a Spina e Adria - porti utilizzati dagli Etruschi - hanno messo in luce grandiosi lavori con cui regolarono il complicato corso del Po. Poi abbandonarono tutto.
Durante il periodo d'oro, abbiamo testimonianze che gli Etruschi avevano per la loro terra un grande attaccamento. Tenaci come agricoltori e colonizzatori, portavano grande affetto al patrimonio agricolo. Con la pianura fertilissima, gli Etruschi si dividevano i campi coltivati con precisione, delimitati da confini ben chiari, tipica della campagna etrusca. Amata, curata e difesa con ostinazione. Produceva cereali a sufficienza da poterne addirittura esportare nei paesi vicini; il grano era la coltura di fondo, celebratissimo non solo per la quantità ma anche per la qualità, per il candore della farina; Chiusi e Arezzo celebri per il grano tenero per la confezione del pane fine; mentre a Pisa famosa era la farina (di semola, quindi grano duro) per fare la pasta. (ma due specie di frumento il Triticum sphaerococcum e il monococcum, compare nel 1700-1500 a.C. al Lago di Ledro; e queste due specie erano coltivate solo sul Mar Caspio, non ancora in Grecia. Quindi arrivò dal nord e non dal sud)
Altra celebrità degli Etruschi (ancora oggi) é quella dei vini; decantati (ma solo nel 400-300 a.C. da scrittori perfino in Grecia. Dionigi di Alicarnasso li esalta e li paragona a quelli del Falerno e dei colli romani; Marziale li mette alla pari con quelli della sua Spagna. Mentre altri autori riferendosi al vino bianco (il rosso non esisteva ancora) precisano che il migliore di tutti é quello prodotto al confine della Liguria.
(quello che oggi conosciamo come le Cinque Terre, l'Est Est Est)
La vite non sappiamo ancora se fu portata in Toscana (e quindi poi a Roma) dagli Etruschi, oppure appresero la coltivazione dai palafitticoli. Questi ultimi, negli insediamenti dei laghi alpini la coltivavano già mille anni prima dell'arrivo degli Etruschi in Toscana (conoscevano già la distillazione) e sappiamo che i palafitticoli nel 1100-1000 a.C. erano scesi quasi ai confini della Toscana. A Roma arrivò con molto ritardo: verso il 600 a.C. Fra l'altro dava un pessimo vino. Solo nel 300 a.C. ibridi di vitigni selezionati produssero quello che poi diventerà il nettare del Lazio "i vini del Colli Albani". Altrettanto in Toscana quando in seguito incrociando i vitigni di malvasia, canaiolo, e il sangiovese (che è originario della Toscana e non della Romagna) anche loro produssero il famoso "Chianti".
Specialità di Tarquinia era invece la coltura del lino e la sua tessitura; l'industria tessile sembra sia stata una delle maggiori attività economiche degli Etruschi, che ancora sotto l'impero d'Augusto teneva il primo posto per la confezione di tele; innanzitutto quelle delle vele. (ma sia il lino, pezzi di stoffa, e i perfetti telai per la tessitura sono stati rinvenuti al Lago di Ledro, e operavano nel 1800-1300 a.C., in Tracia nel 4000 a. C.).
Per chi visita il museo Archeologico Palafitticolo di Ledro e poi subito dopo quello Archeologico Etrusco di Firenze, non può che restare sconcertato.
L'ulivo - cosa strana anche questa - non era ancora diffuso nell'Etruria. Ai tempi di Tarquinio Prisco, l'ulivo era del tutto ignoto in Italia. Questo fino al secondo secolo a.C. Gli etruschi di olio ne facevano uso, ma come testimoniano del resto le numerosissime anfore di fattura greca, era direttamente importato dall'Egeo.
I primi colonizzatori greci misero a dimora le prime piantine di ulivo in Puglia e nei pressi di Gioia Tauro solo nel 700 a.C. All'ulivo per crescere e produrre occorrono diversi decenni; questo fu forse il motivo del grande ritardo nell'introdurlo; perché non rendeva subito.
Non così gli alberi da frutta, così i legumi e gli ortaggi (solo alcuni) celebrati nella Roma antica. Erano quasi tutti provenienti dalla Grecia, ma anche questi limitati come varietà e qualità, perché i greci non avevano molti contatti con la Mesopotamia e la zona del Caspio (nel "Paradiso" vedi NEOLITICO - per l'origine delle più diffuse piante). Infatti per la varietà e la ricchezza delle più note colture e frutti, l'Italia dovrà attendere gli Arabi nell'800-1000 d.C. quando le loro conquiste arrivarono fino ai monti Elbruz, al Caspio, a Samarcanda e ai confini della Cina, scoprendo il "paradiso", i "giardini" del Turkmenistan, dove ancora oggi esistono tutte le famiglie delle piante originarie di quasi tutti i frutti e le verdure che conosciamo; compresi tutti i cereali: soia, riso, grano, granoturco, miglio.
Per quanto riguarda gli attrezzi agricoli, abbiamo una vasta collezione, tramandata dalle tombe. Ci mostrano con chiarezza il metodo di lavoro del contadino etrusco. Una serie di vanghe, roncole, falci e soprattutto alcuni aratri. Contemporaneamente ne compaiono di diversa foggia, alcuni in uso nell'antica Micene, altri in Grecia.
Anche l'allevamento del bestiame aveva una grande importanza: non soltanto animali per il lavoro dei campi ma anche negli animali domestici per il consumo diretto. Da dove questi provenivano se da nord o da sud, anche qui brancoliamo nel buio. Pecore, capre, buoi, bufali, maiali, cavalli, conigli e pollame, l'origine era sul Caspio. Allevamenti di questi animali domestici erano presenti in Tracia nel 5000-4000 a.C., e i palafitticoli nei laghi (Val Camonica, Ledro, Garda, Costanza) praticavano l'allevamento 1000 anni prima dell'arrivo degli Etruschi. Insomma vale quanto detto sopra.
C'erano due correnti migratorie e due culture che s'intersecavano sempre sugli Appennini. Con la differenza, che una per arrivarci aveva impiegato circa 2000 anni risalendo il Danubio, l'altra vi era giunta all'improvviso (ma forse in più ondate) in poche settimane di navigazione. La prima nella sua lunga migrazione bimillenaria in zone quasi disabitate non aveva ulteriormente accresciuta la sua cultura (soprattutto sociale-politica); mentre la seconda mille anni dopo, emigrando da un ambiente dove i fermenti politici autoritari erano stati intensi, era approdata in Toscana con una società più scaltrita , evoluta e complessa. Anche se poi accadde agli Etruschi lo stesso fenomeno ; "chiudendosi" e "isolandosi" in quella che ritenevano essere la migliore società, seguitarono a vivere come quando erano arrivati, perdendo contatto con quella "Nuova Politica" (e perfino nella scrittura) che nel frattempo si era evoluta non solo nel luogo d'origine, nell'Egeo, ma in una forma autoctona si era sviluppata e perfezionata nel Lazio, a pochi passi dai loro regni, dove avevano eretto gli Etruschi un "alto muro" di incomunicabilità.
Abbiamo parlato della ricchezza dell'agricoltura. Non tralasciamo di accennare a quello della pesca che si svolgeva non soltanto sui mari ma anche sui laghi di Bolsena, di Bracciano e di Vico, in cui gli Etruschi addirittura ambientarono molti tipi di pesce d'acqua salata che si abituarono così all'acqua dolce.
Avevano la ricchezza dei boschi; ma qui gli Etruschi non operarono in modo molto intelligente. La Toscana era disseminata di immense foreste d'alto fusto. Furono saccheggiate senza alcun ritegno per far fronte alle richieste di legname navale e domestico; ancora oggi é possibile notare gli effetti di questo spogliamento massiccio e indiscriminato cui furono sottoposte le colline dell'Etruria; dei ricchi boschi celebrati nell'antichità resta ben poco.
Per quanto riguarda invece la risorsa mineraria che può essere indicata come l'origine dell'Etruria stessa, tutto il sud della provincia della Livorno attuale, e tutto il territorio tra Volterra e Massa Marittima, conservano ancor oggi notevole quantità di tracce di quest'attività secolare di estrazioni minerarie. Soprattutto a Populonia (Piombino) la "generosa", le miniere di ferro erano inesauribili e fu il centro dell'industria metallurgica che ha dato agli Etruschi la potenza economica.
Ma strumento essenziale per la diffusione di questa potenza economica e commerciale era la flotta mercantile, e ancor più lo sviluppo delle strade. Non facile quest'ultima vocazione in una regione difficile e accidentata. Riuscirono tuttavia a costruire una rete viaria piuttosto diffusa e importante. Lontane però dall'idea delle strade romane; la maggior parte tracciate sulla nuda terra, battuta dal continuo passaggio. Su queste strade gli Etruschi circolavano con veicoli ampi e robusti a due ruote rinforzate da fasciature e da cerchi metallici. Nelle giornate di pioggia possiamo immaginare cosa accadeva. I solchi delle ruote aravano la strada.
LA VITA QUOTIDIANA - Un altro aspetto della vita etrusca, che ci mostra questo popolo molto ricco, economicamente potente e politicamente sicuro é la sua vita quotidiana. La grande ricchezza era soprattutto ostentata dentro le città etrusche. Non é possibile ricostruire nei dettagli una giornata tipo per la mancanza di testi letterari. Qualche notizia ce la fornisce uno storico greco, Posidonio, e riguarda la ricca tavola etrusca: "Gli Etruschi si fanno apparecchiare due volte al giorno una tavola sontuosa con tutto ciò che contribuisce ad una vita delicata; preparare le coperte da letto ricamate a fiori; disporre una quantità di vasellame d'argento; farsi servire da un numero considerevole di servi". Evidentemente questa è però la giornata lieta e gaudente d'un etrusco ricco; doveva essere invece ben diversa la vita della maggioranza della popolazione.
Gli affreschi, conservati in molte tombe, ci mostrano spesso gli Etruschi nella gioia dei banchetti, intenti a bere e a mangiare con opulenza e fasto, ed anche la ricchezza del vasellame, rinvenuto nelle tombe, testimonia proprio l'attenzione che gli Etruschi hanno sempre avuto per una tavola ricca, sontuosa e ben curata anche nei dettagli.
Gran posto avevano nella vita degli Etruschi i giochi. Erodoto narra che prima ancora di emigrare dalla Lidia, gli abitanti per la noia avevano inventato molti giochi. Il più famoso quello dei dadi, e altrettanto famoso quello della palla (episkyros o harpastum) Indubbiamente questi due giochi seguitarono ad essere praticati anche nella nuova patria. Non per nulla che il calcio nasce a Firenze: il florentinum harpastum; e anche il suo primo trattato.
Ma ancora più importante nella vita degli Etruschi era la musica. Storici recenti tendono addirittura ad attribuire agli Etruschi la formazione del mito di Orfeo, del mito principe, cioè della musica. Ma oggi sappiamo che il mito di Orfeo era celebrato 2000 anni prima in Tracia (sempre la Tracia!).
L'importanza grandissima della musica é testimoniata non soltanto dagli affreschi, dalle decorazioni dei vasi e da altri reperti archeologici, ma anche dall'aspetto generale della civiltà etrusca: si può anzi affermare che non vi fosse nessuna azione di una certa importanza della vita sia cittadina che agricola (matrimoni, funerali, raccolti, vendemmie, banchetti, cerimonie religiose), che non avesse un elemento musicale più o meno sviluppato.
La musica portava evidentemente con sé la danza: ed anche numerosi sono gli affreschi che ci mostrano danzatori e danzatrici che si muovono con grazia e leggerezza, disegnando graziose figurazioni.
LE CITTA' - Purtroppo per capire questa civiltà viva dentro le città etrusche, dobbiamo ricorrere agli scavi delle città morte. Malgrado gli sforzi della ricerca archeologica iniziata solo in questo secolo, con quanto scoperto e rinvenuto non è stato possibile ricostruire un profilo sufficiente. Con pazienza dobbiamo attendere ancora parecchi anni di ricerche e di studi.
Qualche traccia ci resta a Marzabotto, dove sono visibili alcuni elementi della rete stradale e dei quartieri. Della planimetria delle città ci restano poi alcune testimonianze scritte da autori antichi, i quali ci fanno pensare che, al contrario di quanto avveniva in Grecia, dove il centro della città era l'agorà, la piazza del ritrovo e del commercio, la città etrusca gravitasse attorno al tempio, e che la disposizione degli edifici fosse stabilita da norme sacre. Eccezionale é l'interesse delle tombe, perchè dalla pianta e dalle decorazioni possiamo avere un'idea di com'erano fatte le case etrusche. Infatti, la tomba era costruita a somiglianza della casa. Diffuso l'uso di scolpire nel tufo, all'interno, le suppellettili domestiche, per esempio nella tomba di Cerveteri (dell'Alcova, dei Rilievi) sono scolpiti letti, sedie e poltrone. Sulle pareti poi sono dipinti altri oggetti, piante e animali, per rendere più completa la somiglianza tra la tomba e la casa. Anche le urne cinerarie sono modellate a forma di casa e ci danno un'idea di come fossero all'esterno le case.
Dunque ci restano soltanto le necropoli, i cimiteri. Necropoli a volte vastissime e organizzate con un certo ordine e misura che ci mostrano, proprio in questa loro grandezza ed ordinato svolgersi, un vero e proprio culto che gli Etruschi dedicavano all'aldilà; al mondo dei morti.
Le tombe ci danno spesso, soprattutto nei centri di maggiore importanza politica ed economica il senso piuttosto approssimativo di quella che doveva essere la casa etrusca. Ben sviluppata, complessa, ricca di colonne, di travi, di architravi, con un movimento architettonico ed una disposizione dei vani molto comoda e funzionale. La casa etrusca si differenziava da quella dei Romani: infatti per esempio, l'atrio non aveva l'impluvium, che sarà aggiunto soltanto dai romani; né del resto aveva la semplicità e la funzionalità scarna di quella romana.
Gli Etruschi facevano soprattutto sfoggio di colonne, mirando a dare un senso di fasto e di ricchezza architettonica, di potenza e grandezza alla costruzione. L'ostentazione insomma era una vocazione.
SULL'ARTE - L'ARTIGIANATO - LA LETTERATURA - Con il V secolo la Grecia entra nello splendore del suo periodo classico e l'Etruria che aveva più o meno sempre vissuta nell'orbita greca, se ne allontana, soprattutto a causa di mutate situazioni economiche e commerciali. In tarda età, vale a dire dall'inizio del terzo secolo in poi, l'arte etrusca é chiaramente nell'orbita di quel vasto movimento culturale che va sotto il nome di Ellenismo.
Sull'artigianato gli Etruschi si distinguevano soprattutto nella lavorazione dei metalli e della terracotta, e si tramandavano gelosamente di generazione in generazione il mestiere all'interno di una città, senza renderne partecipi i rimanenti confederati. Un provincialismo esasperato. E' questo uno degli aspetti negativi di quella mancanza di unità che, come abbiamo già letto, sarà la causa di rovina e di decadenza per la civiltà etrusca.
Sulla letteratura, alcuni studiosi ne mettono in dubbio addirittura l'esistenza. Conosciamo alcuni libri etruschi perchè giunti fino a noi per mezzo di traduzioni e riassunti fatti dai Romani: Ma questi libri erano riuniti in tre gruppi: Libri Haruspicini, Libri Fulgirales e Libri Rituales. Trattavano rispettivamente dell'arte divinatoria, dell'osservazione dei fulmini e di norme attinenti il culto. Riguardavano anche istituzioni civili e militari. Erano quindi libri sacri, che oltre ad avere un carattere religioso, avevano anche un carattere giuridico: contenevano non solo norme religiose, ma anche un vero e proprio corpo di leggi.
Sull'arte, sulla religione, sulla storia; temi appassionanti con argomenti vastissimi, chiunque volesse approfondirli rimandiamo a un prezioso volume di J. Heurgon, Vita quotidiana degli Etruschi, edito da Il Saggiatore, che ci è stato più volte utilissimo per offrire questo piccolo quadro della civiltà etrusca.
Concludendo si può dire che la civiltà etrusca, nel suo splendido fiorire plurisecolare, ha costituito non soltanto la prima grande, bene organizzata e pienamente cosciente civiltà italiana, ma nel suo curioso e appassionato affacciarsi verso la civiltà greca, ha costituito il primo ponte per l'introduzione e lo sviluppo di questa nostra Italia.
Gli Etruschi stanno quindi al centro tra i Greci ed i Romani,
dei primi sono imitatori ed eredi, dei secondi sono educatori e quasi padri.
Se i libri sono importanti, ancora più importanti sono i musei. Quelli Etruschi in Italia, sono per ricchezza di contenuti e di meraviglie artistiche la testimonianza di una civiltà straordinaria che nessuno al mondo può vantare.
Le urne hanno immagini di un realismo spinto fino all'eccesso; sono palpitanti di realtà concreta della vita quotidiana, non hanno la monumentalità inquietante dei sarcofagi egiziani, non hanno come arte il bello classicistico ellenico, ma esprimono realtà razionali, pensate e fatte a misura d'uomo.
Abbiamo detto CIVILTA' e ci teniamo a scriverla con le lettere maiuscole. Spesso guardiamo altrove, e non ci rendiamo conto che abbiamo nella nostra Italia quello che nessuno possiede: uno splendido passato.
Questo spesso gli italiani lo dimenticano.
Quando sfiorate queste città, non dimenticate di fermarvi e visitare i luoghi e il locale Museo Etrusco.
LOCALITA' IN CUI FIORI' LA CIVILTA' ETRUSCA
CERVETERI (la Caere) - Scavi e museo - Celebre la "Tomba degli sposi" (quella qui riportata)
VOLTERRA - Scavi - Materiale ritrovato ospitato nel MUSEO GUARNACCI
POPOLULONIA (LI) Scavi - Mat. ritr. ospitato nel Museo Etrusco di FIRENZE
VETULONIA (GR) Scavi - Mat. ritr. ospitato nel Museo Etrusco di FIRENZE
FIESOLE (FI) Scavi - Materiale ritrovato ospitato nel Museo di FIESOLE
VOLSINII - Scavi - Mat. ritr. ospitato nel Museo di ORVIETO
ROSSELLE - Necropoli - Mat. ritr. ospitato nel Museo Etrusco di FIRENZE
VULCI - Resti della città - Mat. ritr. ospitato nel Museo di FIRENZE e ROMA
TARQUINIA (VT) - TOMBE (circa 200), affreschi - Mat. ritr. Museo Naz. TARQUINIA
TARQUINIA (VT): CIVITA, antica città etrusca, basamento tempio, resti preziosi cinta muraria.
CERE (RO) - Necropoli (circa 100 tombe) - Mat. ritr. - Museo VILLA GIULIA - ROMA
NORCHIA (VT) Necropoli su roccia)- Mat. ritr. - Museo VILLA GIULIA - ROMA
CASTEL D'ASSO (VT) - Tombe su parete (30)- Mat. ritr. - Museo VILLA GIULIA - ROMA
CORCHIANO (VT) affreschi, Iscrizioni parietali
VEIO - Tempio, ponte, tombe - Mat. ritr. ospitato nel Museo VILLA GIULIA - ROMA
NEPI ( VITERBO ) - Necropoli di CASTEL S. ELIA
SUTRI (VT) - Anfiteatro, necropoli, sarcofagi - MUNICIPIO DI SUTRI
TUSCANIA (VT) - Necropoli - Tombe in zona Canino
SOVANA - (GR) Necropoli - Mat. ritr. ospitato nel Museo Etrusco di FIRENZE
SATURNIA - Resti delle mura etrusche -Mat. ritr. ospitato nel Museo Etrusco di FIRENZE
CALETRA - Tavolette contenete l'alfabeto - Mat. ritr. ospitato nel Museo Etrusco di FIRENZE
HEBA;AGLIANO (GR) - Tombe - Mat. ritr. ospitato nel Museo Etrusco di FIRENZE
TALAMONE - Scavi - Mat. ritr. ospitato nel Museo Etrusco di FIRENZE
COSA (Ansedonia) - Resti di mura. La "tagliata etrusca"
CHIUSI - Tomba delle Olimpiadi - Urne - Museo Etrusco di CHIUSI
PERUGIA - Cippo- Porta - Mat. ritr. ospitato nel Museo Archeologico di PERUGIA
CORTONA - Tombe - Mat. ritr. ospitato nel Museo Etrusco di CORTONA
S. GIULIANO - Necropoli - Mat. ritr. ospitato al Museo VILLA GIULIA - ROMA
BLERA (VT) - Necropoli e ponte etrusco - Mat. ritr. ospitato al Museo VILLA GIULIA - ROMA
SPINA - Mat. ritr. ospitato al Museo Archeologico di FERRARA
MARZABOTTO - Necropoli - Mat. ritr. ospitato al Museo Archeologico di MARZABOTTO
PIACENZA - ("Fegato di Piacenza") - Mat. ritr. ospitato al Museo Archeologico di PIACENZA
CAPUA -Mat. ritr. ospitato al Museo Archeologico Campano di CAPUA
AREZZO - Mat. ritr. ospitato nel Museo Etrusco di FIRENZE

Possiamo perfino chiederci se esistesse ancora qualche cosa ai tempi di Varrone: è vero che il tratto citato è scritto al presente, ma la notizia rimanne incompleta, secondo Plinio, perché Varrone ripugnò - puduit ad indicare l’altezza delle piramidi più elevate, come se seguisse fonti di cui non si sarebbe veramente fidato, senza possibilità di verificare sul posto. E Plinio ricorda fabulae Etruscae per trovare la precisazione sulla quale conclude la descrizione del monumento, di cui affermava sin dall’inizio la fabulositas. Lo scetticismo dei due antiquari è abbastanza giustificato dalla sparizione di una costruzione alla quale la tradizione attribuiva dimensioni considerevoli: una base quadrata di 300 piedi di lato per un’altezza totale di 600 piedi, cioè in misure moderne: 88,8 metri su 177,6 metri cifre che sembrano troppo elevate per i mezzi tecnici dell’epoca. Inoltre, queste stesse cifre, che suppongono un modulo di 5 piedi e dei rapporti precisi fra tutte le parti del monumento indicano in qualche modo un’opera ideale, qualcosa come un esercizio scolastico, perfino un modello teorico che non sarebbe stato effettivamente costruito. Rimane comunque un punto della descrizione del monumento che sembra importante, mentre è più o meno trascurato dai “ricostruttori”: tutti si sforzano di ritrovare la disposizione delle piramidi su parecchi livelli, con piattaforme che le collegano e gli accessori, dischi o gugliette, che le sormontano, ma ben pochi si preoccupano dell’ interiore della base stessa del monumento, del cosiddetto labirinto che avrebbe contenuto e che giustificherebbe il nome dato all’insieme. E’ vero che la parola erudeie sembra a volte indicare un monumento importante di pietra, senza che ci fosse necessariamente dentro un percorso labirintico nel senso stretto che diamo oggi a questo termine. Perfino nell’elenco dei quattro labirinti che da’ Plinio, è chiaro che almeno uno, quello che si colloca a Lemmo – ma che doveva trovarsi piuttosto a Sammo non comportava nessun percorso completo, ma solo un insieme di cento cinquanta colonne perfettamente equilibrate: Eppure nel caso del monumento di Chiusi Varrone insiste sulla presenza di un vero labirinto inextricabilis, che si ritrova in un Virgilio, nella descrizione del labirinto cretese figurato sulle porte del tempio di Apollo a Cuma; poi parla della necessità di utilizzare un filo per dirigersi dentro, ciò che non può non far pensare al filo dato da Arianna a Teseo. Questo labirinto è un labirinto quadrato. Sappiamo che le monete di Cnoso rappresentano quello che sembra essere la pianta del labirinto cretese, il più spesso sotto la forma di un disegno quadrato, ma almeno una volta sotto la forma di un disegno rotondo. Nella stessa Etruria, l’oinochoe di Tragliatello, presenta un labirinto di forma rotonda, abbastanza grossolano. In quanto alla ricercasul territorio, si è potuto credere un tempo che la sepoltura del re etrusco fosse stata ritrovata nel tumulo di Poggio Gaiella , esplorato nel 1841, poi è stato capito che i corridoi sotterranei che collegano le diverse camere funerarie fossero probabilmente opera di tombaroli e non potessero dunque rappresentare i passaggi di un labirinto antico. E’ certo possibile supporre che codesto tumulo sopportasse la costruzione descritta da Varrone, ma l’ipotesi e perfettamente gratuita. In realtà il problema della localizzazione esatta del labirinto toscano si poneva già a Plinio, poiché non c’èra più nessuna traccia nel suo tempo, come per il labirinto cretese. Si dice che Papa Pio II, recandosi al congresso di Modena nel 1459, e passando per Chiusi, cercò il labirinto che Porsenna, re leggendario della città, avrebbe fatto costruire come sepoltura: l’interesse archeologico per questo monumento non è dunque cosa nuova! Ma di questo sepolcro sappiamo solo quello che ci fornisce una testimonianza indirette di Varrone, trasmessa da Plinio, che l’ha completata con dati presi, secondo le sue parole, dalle fabulae Etruscae. Parole di Porsenna junior : Uscii dalla Città e scesi nella valle lungo il sentiero da cui un tempo ero venuto. Io non scelsi la strada facile, che conduce alla montagna sacra, quella usata dai tagliapietre, bensì la Scala Santa fiancheggiata dai pilastri di legno dipinti… In silenzio oltrepassai l’ingresso alle tombe segnate dai tumuli di pietra e prima di toccare la vetta, mi imbattei anche nella Tomba di mio Padre. Dinnanzi a me, in ogni senso, si stendeva vasta la mia terra con le sue fertili vallate e le sue boscose colline. A settentrione luccicavano le acque azzurro cupo del mio lago, a occidente si levava il cono tranquillo ch’è la montagna della dea, dirimpetto si stendevano le dimore eterne dei trapassati. A parlare così è il protagonista: Turms. Figlio di Porsenna. La terra descritta sembra essere esattamente la zona compresa tra Chiusi e Sarteano. Il lago a nord, il cono tranquillo che è la montagna di Cetona ad ovest; le strade usate dai tagliapietre, e cioè le vie cupe, “Via Inferi” che portavano dalla cava di travertino di Sarteano “Pianacce”, a Chiusi; la valle con le tombe dei trapassati, “Costolaie San Giuseppino”. Il figlio di Porsenna dice di essersi imbattuto nella tomba del padre, che evidentemente non era così imponente. Ma si trovava li tra la montagna sacra e la sua città “Chiusi”. Anche Turms si fa poi seppellire nello stesso luogo. Questa sarà la mia sepoltura, scavatela nella montagna e ornatela come si addice al mio stato. Il Tesoro Di Porsenna: II tesoro nascosto più antico d’Italia è certamente quello del re etrusco Porsenna, che risale al V secolo A. C. «Non c’è popolo europeo ha scritto Werner Keller, autore fra l’altro del famosissimo La Bibbia aveva ragione che sia stato maltrattato quanto gli etruschi, ne popolo la cui eredità sia stata così sistematicamente distrutta. Come se la posterità si fosse ripromessa di spegnere ogni traccia del ricordo di una nazione che un tempo scrisse con la sua azione pionieristica il primo grande capitolo della storia dell’Occidente». Questo antichissimo popolo italico si e lasciato dietro un alone di mistero e una fama poco invidiabile. Venuti non si sa da dove e nascosti dietro una lingua indecifrabile, gli etruschi sono stati presentati per secoli attraversò tutta l’età classica come una razza di pirati crudeli, adoratori di dei infernali, superstiziosi cultori di un’arte divinatoria spinta sino al limite della follia, e incalliti libertini dediti ai piaceri più smodati. Solo negli ultimi decenni questo quadro è stato smontato pezzo per pezzo egli etruschi, provenienti con ogni probabilità dall’Asia Minore, hanno riassunto il loro vero volto di popolo civilissimo, dedito ai commerci marittimi ne più ne meno dei fenici e dei greci; inclini ai presagi offerti dai fenomeni naturali come tutti i popoli antichi; e colpevoli del solo reato contro la morale di ammettere ai loro conviti anche le donne, contrariamente ai pregiudizi misogini del mondo ellenico. Anche il mito della lingua misteriosa si è andato sfaldando seppure a fatica per lasciare il posto a testimonianze non tanto indecifrabili, quanto indecifrate, e soprattutto difficili da interpretare ai fini di un’esatta comprensione di quella antica cultura. Una cosa però è quasi certa: Roma nasce etrusca, fondata non dal suo eponimo Remolo ma dal terzo dei suoi mitici re, Tarquinio Prisco, un etrusco poi seguito da altri due sovrani della stessa origine, Servio Tullio e Tarquinio il Superbo. L’ultimo re di Roma il Superbo, appunto viene cacciato attorno al 500 A. C. e significativamente va a cercar rifugio proprio presso quel popolo che amava chiamarsi Rasena ma che i greci avevano ribattezzato Tyrsenoi, o Tyrrenoi; e i latini Tusci, o Etrusci. Ed è a questo punto che entra in scena il nobile (/ora) Porsenna. L’Etruria si stendeva dall’attuale Lazio settentrionale a tutta la Toscana e parte dell’Emilia Romagna. Non aveva una struttura centralizzata, ma si basava su una serie di città-stato rette da re sacerdoti, detti lucumoni, e confederate nella cosiddetta Lega dei 12 popoli. Uno dei centri principali era Clausium, cioè Chiusi, il cui lucumone Porsenna non si limita ad accogliere il re fuggiasco, ma decide di muovere guerra a Roma. La leggenda pone sulla strada del re etrusco due eroi destinati a fama imperitura: Muzio Scevola, che dopo aver fallito un attentato contro la vita del lucumone decide di castigarsi da solo stendendo la mano su un braciere ardente; e Orazio Coclite, l’orbo impavido che da solo riesce a bloccare l’esercito nemico nel mezzo di un ponte sul Tevere. Gloriosi episodi individuali che, come spesso avviene, serviranno agli storici della Roma imperiale per abbellire la sgradevole realtà di un’occupazione meno militari della Città Eterna. Ma Porsenna, una volta padrone di Roma, non rimette sul trono Tarquinio il Superbo; e cosi gli etruschi dopo aver fondato l’Orbe diventano anche i padrini di quella Repubblica che poco a poco diventerà la massima potenza del Mediterraneo per oltre quattro secoli prima di cedere il passo all’Impero dei Cesari: un nuovo astro sorge, mentre il predominio etrusco s’avvia al tramonto; e fora Porsenna, saggiamente, opta ben presto per far ritorno a Chiusi dove morirà poco più tardi. La tomba del lucumone è imponente, come si addice a un personaggio di tanta rilevanza storica e leggendaria. Scrive Plinio il Vecchio nel I sec. A. C., citando Varrone: «II re Porsenna giace sepolto nel sottosuolo della città di Clusium, sotto un monumento di pietre squadrate, largo 300 piedi e alto 50. Le fondamenta rettangolari e uniformi celano un intricato labirinto dal quale nessuno può trovare uscita senza un filo d’Arianna. Su queste fondamenta si alzano cinque piramidi, quattro agli angoli e una al centro. Sulla cima, ognuna reca un disco di bronzo da cui pendono campanelle appese a catene che lungamente risuonano a ogni alito di vento». Plinio non parla del tesoro, ma è noto che gli etruschi con il loro culto della vita nell’oltretomba usavano riempire le estreme dimore dei personaggi più importanti di preziosa oreficeria, come è dimostrato dai vari ritrovamenti succedutisi nel tempo: lamine d’oro a Pyrgi, collane e fibule a Vulci, monete d’oro e d’argento a Populonia; e poi scarabei di pietre dure, bronzetti votivi, anfore, ceramiche, canopi dalla testa d’animale. Nel corso dei secoli la caccia al tesoro etrusco è sempre stata di moda. A cominciare dal re ostrogoto Teodorico che nel V secolo d. C. statuiva: «È conforme all’uso tradizionale restituire all’utilizzazione umana i tesori che giacciono sotto terra e non lasciare ai morti ciò che può ancora servire ai vivi. Onde noi ordiniamo di iniziare ricerche affinché l’oro e l’argento vengano portati alla luce del sole, rispettando solo ciò che serve ai morti, come le ceneri custodite nei mausolei e le colonne che ornano le tombe, mentre non è disdicevole sottrarre l’oro che non ha più padrone...» Da allora attraverso i secoli bui, il Medio Evo e il Rinascimento il saccheggio delle tombe etrusche è continuato senza interruzione, restituendo all’utilizzazione umana, come pudicamente si esprimeva Teodorico vere e proprie montagne di oro lavorato e di gioielli. La ricerca diventa sistematica nell’800, a opera soprattutto dei principi Torlonia, proprietari di vasti domini presso Vulci, che si circondano di archeologi ed esperti, come [’incisore francese Alphonse Francois dotato di un fiuto straordinario e destinato a diventare famoso per la scoperta presso Chiusi, nel 1845, del vaso che ancor oggi porta il suo nome. Ma neanche il naso di Francois è sufficiente per rintracciare la famosa ‘tomba di Porsenna e il mitico tesoro Che secondo le leggende, vi sarebbe contenuto. Certo, le imponenti cinque piramidi di cui parlava Varrone con i dischi di bronzo e le campanelle che tintinnano al minimo soffio di vento non ci sono più: ma Chiusi, l’antica Clausium, deve pur ospitare da qualche parte il rifugio ipogeo del suo lucumone più famoso. Per molto tempo le speranze si sono volte verso il Poggio della Gaiella, 6 chilometri a nord di Chiusi, dove era stato scoperto un immenso tumulo con una circonferenza di 250 metri, subito euforicamente battezzato la ‘tomba di Porsenna. Sotto si apre un vero e proprio labirinto con cunicoli e loculi disposti su tre piani, che hanno fatto naturalmente pensare alla descrizione di Plinio il Vecchio. Oltre cento anni di scavi, però, non sono serviti a riportare alla luce alcun elemento che potesse confermare la speranza di aver finalmente messo le mani sull’estrema dimora del lars dopo ben venticinque secoli: e si è scoperto invece che il sottosuolo dell’odierna Chiusi e tutto una ragnatela di gallerie, in parte franate, di epoca pre romana. Un’altra vampata di entusiasmo si è accesa alcuni anni fa, quando proprio nel centro storico, sotto la piazza del Duomo, è stato scoperto un grande vano, sorretto da un pilastro e con le pareti ricoperte di travertino. La ‘tomba di Porsenna ? La sala ha però condotto soltanto a un nuovo labirinto che si è rivelato deludente quanto quello di Poggio della Gaiella. Il cosiddetto ‘mistero etrusco ha anche eccitato la fantasia di gruppi esoterici che a decine si sono dedicati all’impresa di stabilire un contatto, più o meno astrale, con gli spiriti. Questa è una delle leggende etrusche di cui si è conservata memoria. Plinio il Vecchio narrando del comportamento dei fulmini, riporta una storia etrusca secondo la quale un fulmine fu evocato dal re Porsenna per distruggere il mostro Olta che minacciava la città di Volsinii. Qui un animale mostruoso dalla testa di lupo viene spinto dentro un puteale, cioè una struttura simile ad un pozzo, che veniva costruita attorno ai luoghi colpiti dalle saette: erano delle vere e proprie dei fulmini. Scoperto il mausoleo di re Porsenna? Ciò che rimane della tomba del re etrusco Porsenna, il lucumone (O. magistrato con supremo potere civile, militare, religioso) vissuto nel VI secolo avanti Cristo e che riuscì anche a espugnare Roma, si troverebbe in un pianoro di ventisei ettari a est di Sarteano, nel cuore dell’Etruria, e non a Chiusi (dove il sovrano nacque), come ritenuto in prevalenza dall’archeologia ufficiale e soprattutto dallo storico latino Varrone. A sostenerlo è l’architetto Angelo Vittorio Mira Bonomi dice in un volume di oltre centoquaranta pagine corredato di foto, schemi e disegni, spiega come il monumento non sarebbe una semplice tomba, ma un santuario-mausoleo ben più grande, che per dimensioni e caratteristiche non poteva assolutamente poggiare sul terreno sedimentario di Chiusi, ma soltanto su un basamento roccioso come appunto è il pianoro. Secondo Mira Bonomi, il mausoleo sarebbe stato composto da un blocco quadrato di quasi ottantanove metri per lato, sormontato da cinque piramidi, quattro ai lati e una al centro, alte ciascuna circa quattro metri. Sarebbe stato costruito in travertino locale, legno e bronzo e per portare a termine l’opera, una costruzione del tutto degna delle piramidi egiziane, gli operai avrebbero impiegato, secondo le ipotesi dell’architetto, ben undici milioni di ore lavorative. E certo comunque che la tomba di Porsenna è da secoli al centro dei pensieri e delle fantasie degli studiosi di tutto il mondo, ma in realtà non è mai stata nemmeno lontanamente individuata. Nel cuore del mausoleo, secondo gli scritti di Var-rone e di Plinio il Vecchio, sarebbe anche nascosto un grande tesoro ed è proprio questo particolare a destare maggiori preoccupazioni: si teme infatti che alla caccia “ufficiale” al monumento si affianchi anche quella illegale dei “tombaroli”. ORIGINI - Degli Etruschi si sa ancora ben poco, ed i testi sui quali oggi si basa la storia di questa civiltà risalgono all'antichità greca e romana. Erodoto il grande storico greco offre una ricostruzione sulle origini, ma gli Etruscologi e gli archeologi tendono oggi a limitare fortemente la sola interpretazione di Erodoto; una teoria la sua, diffusissima fra tutti gli scrittori classici. Il suo racconto sembra risentire troppo dai miti e delle favole, che nell'antichità tendevano a far dipendere l'origine e la nascita degli Etruschi, questo popolo occidentale, da una migrazione venuta dall'Oriente, dalla Lidia, a seguito di una grave carestia in epoca mitica, e cioè poco dopo la guerra di Troia, guidata da un grande condottiero: Tirreno. Dionigi Alicarnasso discutendo la tesi di Erodoto formulò un'altra ipotesi: quella dell'origine autoctona degli Etruschi; mentre Livio in un discusso passo ha accreditato una terza teoria, di una provenienza settentrionale di questo popolo, di cui i Reti e altre popolazioni alpine sarebbero le spoglie. Avevano ragione in parte tutti e tre anche se le loro tre teorie sono errate. Infatti, una certa resistenza all'origine solo orientale, é motivata dalle difficoltà in cui oggi si trova l'archeologia, di vedere nel continuo sviluppo un concatenamento delle civiltà che si sono succedute nell'Italia centrale, non con una frattura abbastanza decisa e netta; quindi non solo il frutto di un "solo" popolo straniero emigrante. Per molto tempo si è pensato di poter collocare questa frattura intorno al 800 A c, nel momento in cui, cioè questa civiltà che viene dall'Oriente, sostituisce la civiltà preesistente nel territorio italiano; civiltà quest'ultima, chiamata "Villanoviana" perché fu identificata e definita la prima volta in un paese chiamato Villanova, nei pressi di Bologna. Si é scritto (citando Livio X, XXXIII) che gli Etruschi fondarono Bologna (Felsinea), Modena, Piacenza, Ravenna, Spina e Mantova, mentre invece sappiamo oggi che queste località erano già abitate. Bologna aveva un importante insediamento nell'area dell'attuale centro storico. Un grande comprensorio a macchia d'olio che attorno all'anno 1000 a.C. si era saldato e stabilizzato; vi si praticava la metallurgia, l'artigianato e una larga trama di commerci, quindi già un importante capoluogo della civiltà Villanoviana (autoctona) anche se con moltissimi influssi dell'area mediterranea (attraverso Adria e Spina) e con quelli settentrionali, padani e subalpini, prima dell'arrivo degli Etruschi. I palafitticoli, abbandonate le valli alpine e la stessa Pianura Padana, vi erano già arrivati con la loro ricca cultura intorno al 1300 A. C. Non molto distante, a Est, c'era un grande centro dei "palafitticoli"; e nel Veneto di insediamenti se ne contavano parecchi, a Padova, Vicenza, Verona, Rovigo, e.... dove sorgerà in seguito (gli unici rimasti fedeli a questo tipo di abitazione) Venezia. Anche i Galli Boi, nella metà del secolo IV, del capoluogo emiliano ne rivendicarono la fondazione (chiamandola Bononia). Altrettante pretese avanzarono i Romani nel 191 a.C. che vi dedussero una colonia nel 189 A. C.. (Insomma tutti operavano come Pissarro e Cortes in America, portandovi, loro assicuravano, la "civiltà"! E spesso cambiavano nome nel luogo dove arrivavano). Oggi i recenti e continui progressi della ricerca archeologica, hanno portato gli studiosi a poter concludere che tra le tesi dell'origine orientale e dell'origine autoctona degli Etruschi non c'è un vero e proprio contrasto; ci si va sempre di più orientando in una risoluzione più equilibrata del problema. Si deve cioè concludere che se elementi orientali sono giunti sulle coste tirreniche, questi (poco importanti numericamente) non hanno modificato in modo sensibile e profondo gli insediamenti della civiltà delle popolazioni preesistenti. Infatti, le basi della civiltà villavoviana trovano nella civiltà etrusca uno sviluppo di certe sue caratteristiche essenziali: ma non viene superata né tanto meno distrutta dagli Etruschi, bensì in una forma, spesso non manifestata (altezzosamente quella etrusca) da entrambe le due civiltà, sviluppata ed ampliata. Così sviluppata e ampliata la autoctona che sarà questa a distruggere l'altra. Il problema che non era stato risolto fino a pochi anni fa, era invece la lenta comparsa (1800-1500 a.C.) e la successiva improvvisa scomparsa (1300 a.C.) dei palafitticoli; prima nei laghi alpini, poi nella Pianura Padana. Una civiltà questa che si pensava fosse giunta dal centro Europa. Invece oggi sappiamo che era scesa dalle Porte di Ferro (confine Jugoslavia-Bulgaria-Romania), anche questa proveniente dall'Oriente da dove era partita risalendo il Danubio; ma emigrata dalla Tracia mille anni prima, e in alcune zone, duemila anni prima che emigrassero gli Etruschi dalla Lidia e approdassero in Toscana. Questo popolo (noto anche come cultura detta dei "Campi di urne") prima occupò le Valli Alpine e Prealpine, poi scese nella pianura Padana, in Emilia, infine intorno al 1100-1000 a.C. in Umbria e nel Lazio. Nell'area dove Romolo farà sorgere Roma nel 753, alla base del Palatino, sono state rinvenute inumazioni con il sistema della pratica incineratoria (sconosciuta ai latini dei Colli Albani) databili 1100 A. C. - E anche più antiche, del 1500 a.C. che fanno pensare che i palafitticoli (questo popolo silenzioso e fantasma, ma con una grande cultura) vi si erano già spinti quattro secoli prima. (Vedi Fondazione di Roma) Dai dati linguistici (molto compositi ed eterogenei, la cui documentazione é attinta da materiali ed epoche diverse, d'altre età e aree) e dalla documentazione archeologica si ricava un'organica e logica sequenza di fenomeni culturali, in cui é difficile, se non impossibile, fissare dei paletti, delle pause, alle quali attribuire il valore di un salto qualitativo storico proprio di una sola migrazione orientale (Teoria di Erodoto). E sulla base dei dati storici culturali, linguistici e archeologici sono da respingere sia quella autoctona (teoria di Alicarnasso) sia quella di origine settentrionale (teoria di Livio). Più semplicemente quella Etrusca, va intesa come una migrazione avvenuta da diverse direzioni e in tempi diversi, ma sempre con un'unica origine orientale. I palafitticoli del Nord, come a Costanza o a Ledro (TN) ecc., 1000 anni prima, avevano con se moltissimi oggetti della cultura Tracia Micenea, e altrettanto portarono con sé quelli sbarcati poi in Toscana, ma portandosi dietro la cultura Micenea di mille anni dopo, già assorbita ed evolutasi in quella Pre-Ellenica. (1000-800 A. C.) Che i Tirreni Etruschi provenissero dal mar Egeo non ci sono più dubbi. La scoperta a Lemno di una iscrizione in lingua pre-greca (arcaica- Fenicia 1 - origine 1519-1220 A. C.) ha messo in luce, strettissime e indubbie affinità, fra quella lingua e quella etrusca. E l'isola di Lemno (nomo di Lesbo) era abitata da un popolo originario della..... Tracia. (!!! attenzione a questo nome - apparirà spesso - nulla a che vedere con la storia della Tracia Romania Romana) In Tracia (lo sappiamo da pochissimo tempo) sembra sia esistita una grande civiltà millenaria, anteriore a quella Sumerica. Qui del resto non molti anni fa, sono state rinvenute le Tavolette Tartarie e i primi sigilli rotondi sumerici-babilonesi-egiziani; e sembra che proprio qui i Sumeri scoprirono l'arte della scrittura. E forse i Fenici in seguito a contatti con i Traci nacque loro l'idea dell'Alfabeto. La lettera N della Tracia del 3500 a.C. sarà un caso che in sumero, in egiziano, in fenicio, in etrusco, in greco, in latino, é sempre uguale? Le Tavolette Tartarie hanno rimesso in discussione l'origine della scrittura; un giallo, perché sono state trovate dove non ci dovevano essere. E insieme a queste molti altri oggetti e tesori che hanno sconvolto il mondo archeologico. Sembra proprio che la preistoria Europea sia nata qui, in Tracia. Una civiltà quella della Tracia, che all'epoca delle conquiste romane era del tutto scomparsa. I Greci l'avevano cancellata. Anche se 4000 anni prima avevano fondato Troia, erano stati i primi a sbarcare a Creta mille anni prima della civiltà minoica (il toro, il Taurus era un culto Trace!), avevano creato quasi tutti gli dei greci (Zeus in Trace significa Dio, e Dionisio suo figlio nysos in Trace significa giovinetto; Lo stesso Orfeo e l'orfismo era Trace. Il mitico Monte Olimpo era Trace, perché posto al confine dell'antichissimo territorio Trace. I Greci si impossessarono oltre che del territorio anche di tutto la mitologia della Tracia. Molti, ancora oggi, credono che la mitologia greca sia greca, invece é della sconosciuta Civiltà Tracia. Quando i Greci fondarono sul Mar Nero, Apollonia nel V sec. a.C. eressero una statua alta tredici metri (scultore Calamide) in onore del dio Trace affinché proteggesse la... Grecia; e quel dio era Apollo onorato in Tracia 2000 anni prima di quello greco (ritrovato a Dupljaja nel Banato) ecc. ecc. Poi se ne impossessarono. Cosi la dea Cibele, era la dea delle fertilità Trace (famose le statuette dalle grosse mammelle) Se rileggiamo Omero (Iliade) scopriamo che accenna a Reso, come al mitico Re Trace, elogia l'elevato grado di civiltà della sua tribù, e resta affascinato dal suo cocchio e l'armatura d'oro puro e del suo cavallo più bello del mondo. A Varna ultimamente è stato scoperto qualcosa che dà ragione ad Omero. In Tracia ancora nel 3200 a.C. sguazzavano proprio nell'oro. Vale a dire duemila anni prima di Reso. Monili d'oro a 24 carati a chili, gli scettri e i gioielli a lamine d'oro come la maschera di Agamennone li avevano già fatti mille anni prima che sorgesse Micene e Troia. E sappiamo oggi dov'era il famoso (tenuto sempre segreto) "forziere" di Traiano nel periodo più opulento di Roma: le miniere d'oro tra la Tracia e la Dacia. E se rileggiamo anche Erodoto, narra di un popolo con ottime regole e organizzazione sociale, dove ogni famiglia disponeva di una propria casa, che dimorava sui laghi, le cui belle abitazioni non in paglia ma in tavole unite, sono costruite in mezzo all'acqua sopra alti pali. Il popolo - lui che scriveva nel 470 A. C. - li chiama "Antichi" Peoni; la zona è il lago Prasia (oggi lago Takiros); il territorio la Tracia. Di questi villaggi ne sono stati oggi rinvenuti circa 350. Databili 4000 A. C. Sappiamo così da dove veniva l'architettura palafitticola identica a quella delle valli alpine, e chi erano e da dove veniva la cultura dei popoli dei Campi d'Urne. MA RITORNIAMO AGLI ETRUSCHI Solo intorno al VII secolo la civiltà etrusca inizia a prendere coscienza della propria esistenza, della propria personalità, della propria lingua, della propria autonomia, rispetto alle altre civiltà che popolavano l'Italia a quell'epoca. Un tipo di società spiccatamente guerriera, in contrasto con le culture esistenti nell'intera penisola, più mite, non agonistica. Questo spiega l'ampia diffusione territoriale degli etruschi e di conseguenza anche la supremazia culturale. Nei secoli che vanno da questa età fino al II sec. avanti C., si ha il grande e rigoglioso sviluppo degli Etruschi, che rappresentano per tutto questo periodo una grande forza politica, sociale, ma anche culturale: si può quindi benissimo dire che la civiltà etrusca sia la prima, grande, potente e fiorente civiltà italiana, pur con tanti difetti. L'Apogeo della potenza etrusca, si ha soprattutto nel VI secolo, quando gli Etruschi stipulano un'alleanza con i Cartaginesi: alleanza che assicura loro il dominio di tutto il Mediterraneo occidentale; quindi iniziano i floridi commerci. Verso il 535 si ha una grande affermazione della loro potenza marittima e commerciale con la grande vittoria nella battaglia navale sui Focesi, al largo di Aleria, in Corsica. Come riprova del grande splendore della civiltà etrusca nel VII secolo e ancora nel VI, basterà ricordare come gli stessi Re di Roma, cioè i Tarquini non fossero altro che Etruschi: quindi in questo periodo gli Etruschi scendono a sud, espandendo il loro dominio e la loro potenza militare ed economica in un "paese" ancora giovane, non ancora bene organizzato: quello Latino. Nella seconda metà del VI secolo gli Etruschi vanno ancora oltre, scendendo nella Val Padana fino alle foci del Po, istituendovi degli importantissimi centri di vita commerciale e dei fondamentali punti d'appoggio (Uno addirittura a Melzo). Mentre a sud giungono fino in Campania, a Capua, mentre i nuovi greci - i moderni - vi stanno sbarcando da sud) LA DECADENZA - A questa grande espansione della potenza, segue l'inevitabile lento declino, il cui inizio può essere segnalato nel 509, con la cacciata dei Tarquini da Roma, data questa che segna anche il principio della storia di Roma repubblicana: la caduta degli Etruschi inizia già ad essere irrimediabilmente legata all'ascesa di Roma. Nel 474 il declino incontra un'altra drammatica conferma nella battaglia navale di Cuma, ove la flotta etrusca é annientata da quella Siracusana, che conquista così il controllo del Mediterraneo occidentale. Nel 423, altro dramma, i Sanniti occupano Capua, avamposto della civiltà etrusca nell'Italia Meridionale. Poi con l'inizio delle invasioni galliche in Italia, intorno al 400, la civiltà etrusca é colpita anche alle spalle, ed entra in agonia. Non solo non é più in grado di fare conquiste, ma non è capace neppure di difendere il proprio territorio. Per farlo avrebbe bisogno di uomini, e di un potere centrale, ma si ritrova ad avere solo dei servi imbelli e dei contadini; quello che ha prodotto la loro società "chiusa". Si ha quindi il lungo periodo della conquista romana dell'Etruria. I Romani riescono a bloccare, a respingere i Galli, poi avanzano verso il nord attratti dal vuoto di potere che la decadenza etrusca ha creato nelle regioni settentrionali dell'Italia. Nel 358 inizia la guerra tra Roma e gli Etruschi, che si conclude nel 351 con la vittoria di Roma. Le vicende della conquista romana si fanno più serrate: nel 310 Roma sconfigge gli Etruschi ad Arezzo, Cortona e Perugia; nel 295 con la sconfitta dei galli e degli Etruschi a Sentinum, Roma sottomette i Volsini, Arezzo e Perugia; nel 280 Roma conclude un trattato di alleanza con alcune delle città più importanti della confederazione etrusca: Volsini, Arezzo, Perugia, Vulci, Rusellae, Vetulonia e Populonia. Un potere centrale etrusco non é mai esistito; così ognuno risolve la sua questione in casa propria. Altro non possono fare, una vera nazione Etrusca non é mai esistita, una coscienza nazionale neppure. Il destino é uno solo: quello di sottomettersi a chi sta facendo nascere questa coscienza: la romanità. Da questo momento l'Etruria diventa romana; e così si concludono le vicende della gloriosa civiltà etrusca, che però non muore culturalmente, anzi, riesce a sopravvivere ancora, fino influenzare alcune importanti caratteristiche della vita sociale e pubblica, oltre che artistica, dei Romani conquistatori. Non nella lingua però. Ed è un problema avvolto anch'esso, come le origini, in un'atmosfera di mistero. Una lingua impenetrabile e indecifrabile. L'Etrusco non assomiglia né al latino, né al greco, né a nessun'altra lingua conosciuta. Salvo quella di Lemno citata sopra, cioè un greco arcaico - il Fenicio 1, nell'Egeo poco utilizzato e quasi inesistente nella letteratura, narrativa, storica o epica . Sono stati decifrati i geroglifici egiziani, gli ideogrammi micenei, i cuneiformi mesopotamici, semplicemente perché abbiamo di queste lingue abbondanza di testi e alcuni scritti in bilingue che hanno permesso di comprendere perfino i segni privi di una base fonica (es. la stele di Rosetta fu la chiave per i geroglifici). E della scrittura Sumera possediamo dei veri e propri vocabolari su tavolette. Di Etrusco invece abbiamo quasi diecimila testi (epigrafici per la più parte) ma molti dei quali sono brevissimi e semplici. Usano quasi sempre le stesse parole; l'etruscologia é attualmente in possesso d'un vocabolario che non supera le 200 parole; una base insignificante che non permette certo di avere a disposizione la conoscenza della grammatica e della sintassi di una lingua. Manca insomma un vocabolario. Per cui si deve rinunciare a comprendere l'Etrusco, finché non si riuscirà a scoprire un lungo testo bilingue, che ci offra la traduzione in greco, latino, o in altra lingua conosciuta di testi etruschi. Mentre nel Lazio i romani dai greci mutuavano i segni dell'alfabeto Greco Fenicio 2 e creavano ex novo una lingua, il Latino; gli etruschi (mondo chiuso) proseguivano con l'alfabeto Fenicio 1, che si erano portati dietro dalla Lidia, nell'Egeo, che nel frattempo aveva adottato l'alfabeto 2, e con questo aveva iniziato la sua intensa era letteraria ellenistica, sbarcata poi in Sicilia, nella Puglia, in Campania e infine a Roma. L'egemonia romana dopo il 280 (con il trattato) condannò per sempre il vecchio alfabeto. Le scuole erano ormai tutte in latino e più nessuno degli insegnanti (forse per nazionalismo o per censura imposta dall'alto - come sempre accade a chi conquista un paese) tradusse un testo etrusco in latino; la lingua dopo un paio di generazioni, nella vita civile, scomparve del tutto, anche nelle famiglie d'origine etrusca. (come poi accadrà molti secoli dopo al latino). Un altro singolare e ingenuo errore avevano commesso gli Etruschi stanziandosi in Toscana. Insieme alla arcaica lingua avevano adottato anche il calendario della Lidia, mesopotamico, lunare, già millenario. Era arcaico e in Lidia funzionava, ma in Toscana no: le stagioni non erano le stesse. I tempi dell'agricoltura non collimavano, anzi un arcaico calendario indigeno funzionava meglio. Gli Etruschi lo ritoccarono più volte saltando mesi; Ma dopo pochi anni risultava sempre sfasato con le stagioni. La ragione era semplice c'erano due tre gradi di latitudine di differenza, e corrispondevano a 4-6 gradi di temperatura inferiore; oltre che essere la durata del giorno diversa. Quando in Mesopotamia o in Anatolia iniziava la semina, in Toscana si era ancora nel freddo "febbraio". Le stagione delle piogge in Mesopotamia avvenivano in aprile, in Toscana in autunno. Anche il calendario romano di Numa incorse in questo stesso errore. Per oltre 700 anni nessuno aveva capito perché. Fu solo dopo Giulio Cesare nel 49 Ac di ritorno dall'Egitto con la scoperta dell'anno solare che le cose andarono per il verso giusto. Dopo 13 mesi lunari non ritorna la primavera, ma dopo 12 mesi solari la durata del giorno é invece esattamente uguale a quello dell'anno precedente, e in quelli seguenti. Occorsero quasi duecento anni per introdurre ufficialmente l'Anno Giuliano, che é ancora quello d'oggi, divenuto più esatto con Papa Gregorio nel 1582, e che per questo si chiama Gregoriano. LA SOCIETA' ETRUSCA - La civiltà etrusca si é scritto sopra é la prima, grande, potente e fiorente civiltà italiana. E' diversa dalle altre non solo perché ha un ricco bagaglio culturale e tecnologico, pur importantissimo; ma perché ha qualcosa in piu rispetto alle altre; è bene organizzata e strutturata nella sua vita politica e sociale. (anche se discutibile). Questa complessa e sviluppata civiltà a differenza di quella romana - pur quasi contemporanea - ha dei grandi pregi ma anche potenzialmente dei difetti; che sono poi quelli che la porteranno alla decadenza. I Romani (o meglio per il momento i Latini ) già dopo appena due secoli, mutuano i primi, e cercano di evitare i secondi quando nel 509 danno vita alla Repubblica. A differenza della civiltà romana, che fin dal VI secolo, attraverso la costituzione censitaria attribuita a Servio Tullio, aveva superato la dualità primitiva tra plebei e patrizi, la società etrusca si presenta perennemente e rigidamente divisa ancora nelle due classi dei servi e dei padroni. Questo tipo di società si mantenne con conservatorismo assoluto e senza sostanziali modificazioni nel corso dei secoli. L'errore che farà in seguito anche Roma, e dopo Roma, tante altre civiltà, tanti altri popoli, Regni o Stati. Di questa classe di servi e di padroni etruschi molte aspetti ci sono noti perché le tracce archeologiche ci rivelano molti dettagli. Testimonianze negli arredi funerari che si riferiscono sempre a persone agiate, di un certo livello sociale, non certo a persone umili. Al sommo della gerarchia della società ci sono i re, che fino ad epoca antichissima ci appaiono alla testa della potenza etrusca. Conosciamo i nomi di alcuni di questi, tramandatatici perché furono protagonisti di famose vicende con i Romani: il celebre Porsenna, Muzio Scevola e Clelia, ma anche di altri re conserviamo il nome, soprattutto attraverso le iscrizioni funerarie. Per tutta l'Etruria non c'era un solo re, ma ben dodici; tanti quanti erano le grandi città etrusche che facevano parte della "confederazione" dell'Etruria. Le ricordiamo: Volterra, Populonia, Chiusi, Perugia, Vetulonia, Tarquinia, Fiesole, Marxabotto, Norchia, Tuscania, Saturnia, Talamone, Arezzo, Cortona. Erano unite saldamente da vincoli religiosi ma non da un vincolo politico da far pensare ad uno stato unitario e compatto, ma piuttosto ad una federazione in seno alla quale sembra che non era possibile che una città abbia avuto - né poteva ambire - al predominio sulle altre. Troppe le gelosie tra città e città. I re non erano dei monarchi ma figure simili a tiranni che operavano nel loro piccolo regno con una piccola classe oligarchica. Le insegne del potere regio, ci sono tramandate e descritte dallo storico greco Dionisio di Alicarnasso, nel racconto che egli fa della conquista dell'Etruria da parte di Roma, sotto il regno di Tarquinio Prisco: una corona d'oro, un trono d'avorio, uno scettro decorato nella parte superiore con un'aquila, una tunica di porpora intessuta d'oro e un mantello di porpora ornato da ricami simili a quelli dei mantelli dei re di Lidia e della Persia. Il segno più evidente della sovranità era costituito dai littori che aprivano il corteo reale reggendo sulla spalla il fascio littorio: ognuno dei dodici re etruschi ne aveva uno a disposizione; "Lucumone" era il nome del re etrusco. Accanto ai re, sono i condottieri, le gerarchie propriamente militari; la loro esistenza storica é legata in ogni caso a quella della loro gens, ed é anche attestato epigraficamente più volte, come nel caso della famiglia dei Tolumnii a Veio. Uno dei condottieri più famosi della storia etrusca, il cui nome ci é stato tramandato grazie al suo valore - che é stato presentato in termini quasi di prodigi é Macstarna, che secondo la tradizione romana era venuto a Roma come alleato per mettere la sua spada al servizio di re Tarquinio, mentre nella versione etrusca della stessa vicenda figura prima nel numero dei nemici e poi addirittura in quello degli uccisori di Tarquinio, fino ad occupare uno dei colli di Roma e ad impossessarsi del trono per scopi non certo pacifici. Macstrana é uno dei nomi più prestigiosi di questa classe di condottieri, classe che, come ci mostra il suo esempio, a volte divenne potente fino a tal punto da mettere in pericolo addirittura la stessa autorità del re. Un'altra categoria della società civile degli Etruschi, molto potente e molto gelosa delle proprie prerogative e privilegi, é quella dei magistrati che costituiscono una classe chiamata a deliberare in una specie di Senato; essa rappresenta la sola assemblea politica dello Stato Etrusco. I magistrati etruschi scelgono fra di loro un "princeps" che, eletto una volta ogni anno, può sostituire in certi casi il re, e fa le funzioni di una specie di presidente della repubblica, assistito da una serie di magistrati, anch'essi eletti una volta ogni anno, che compongono un collegio simile a quello degli Arconti di Atene. Su questi magistrati, sui loro titoli, sulle vicende della carriera, sulle attribuzioni e sui privilegi che loro spettano, l'epigrafia supplisce in larga parte al silenzio degli storici, e ci fa conoscere una serie di "carriera" molto più complicata e difficile di quella che caratterizzerà la vita pubblica romana. (gli assomiglierà quella bizantina). Oltre queste cariche, minori ma importanti indubbiamente all'interno della società etrusca, sono le cariche sacerdotali e amministrative, che al momento attuale delle ricerche, non sono altro che puri nomi. Solo qualche rapida notizia; elementi che sembrano abbiano avuto particolare risalto, in quanto avevano una diretta partecipazione al governo. Nella lingua etrusca é stata infatti riconosciuta tutta una famiglia di parole, derivanti dalla radice zil che significa "governare", come zilic, zilath che significa "magistratus", cioè sia la carica della magistratura, che la persona che la esercita, il magistrato; e ancora zilaxjnve, zilachnuce, che valgono "ha fatto il magistrato". Certi zilath portavano un altro titolo, maru, che voleva dire un insieme di magistrati e sacerdoti (come gli edili, i pontefici romani); infine il presidente del collegio degli zilath (una specie di consiglio dei ministri) e il "primo zilath" era appunto il "primo ministro" o "presidente del Consiglio". Questa era la complessa vita di ogni regno, e queste erano le più alte magistrature nel quadro delle singole città etrusche. A livello di "Nazione", quando cioè le varie città si riunivano periodicamente nella Confederazione, veniva eletto uno zilath supremo, che é confermato epigraficamente nella denominazione di zilath mechl rasnas, cioè "zilath del popolo etrusco" cioè governatore di uno stato, che c'era formalmente ma non c'era nella sostanza. Questo stato organizzato era solo una gran bella facciata, dietro non c'era una "Nazione", ma servi e contadini. PADRONI E SERVI - Al di sotto di queste categorie accennate sopra di padroni e dirigenti, non vi erano che servi: nei palazzi delle città, nelle fattorie delle campagne, nelle miniere e nelle officine, viveva una grande, anzi la massima parte della popolazione etrusca; che aveva anch'essa una sorta di gerarchia o almeno di distinzione. In primo luogo vi era la folla dei "domestici", che viveva numerosissima presso le dimore dei ricchi; avevano incarichi molteplici, come quello di provvedere al servizio diretto del padrone, servire a tavola, preparare e organizzare la cucina e i rifornimenti, insomma tutte le attività che si svolgono all'interno e fuori di ogni casa. Di tutt'altro genere e molto di più numerosi erano i servi di campagna, che erano impiegati nell'agricoltura. Più che schiavi erano "animali" da soma; cioè dei miserabili "animali" addetti alla fatica dall'alba fino al tramonto. Su questi strati inferiori della popolazione le notizie sono molto rare e incerte, oltre che naturalmente frammentarie in massimo grado: al di là dei pochi indizi fornitici dalle iscrizioni funerarie e in maggiore quantità dagli affreschi delle tombe, che spesso ci mostrano i servi di città nell'atto di servire a tavola, o accanto al padrone a soddisfare le sue richieste, o alcuni contadini impegnati nel lavoro dei campi, ben poco si sa di questa vasta parte della popolazione etrusca. Evidentemente però doveva vivere in modo quanto mai incerto e senza alcuna possibilità di sviluppo: la vita sociale degli Etruschi era nettamente chiusa, bloccata, secondo uno schema di casta, che non permetteva alcuna possibilità alle classi inferiori di accedere a quelle superiori. (Quando poi ebbero bisogno di contrastare un nemico esterno, pagarono molto caro questa chiusura) Del resto la potenza, la dignità, la grandezza di un Etrusco era data soprattutto dal numero dei domestici, degli schiavi, dei liberti, clienti e di etera di cui riusciva a circondarsi. Le ultime tre categorie erano i pochissimi elementi entrati con il loro servilismo nelle grazie dei padroni, che godevano una certa libertà e una maggiore considerazione. Fino al punto da essere alla loro morte tumulati nella tomba di famiglia. LA FAMIGLIA ETRUSCA - Era costituita dal padre e dalla madre che convivono con i figli ed i nipoti, e si distingue dalla famiglia romana o greca. Gli Etruschi sembrano aver avuto sempre delle famiglie solide, i cui componenti erano legati tra loro da stretti vincoli molto sentiti e vissuti intensamente; nessuno dei familiari contestavano al "pater familias" l'autorità di guida, che verrà a lui attribuita soprattutto dai Romani, come appare da tante iscrizioni nella quale la filiazione é appunto paterna. Grazie a queste iscrizioni noi possiamo oggi conoscere i principali nomi di parentela in lingua etrusca: clan significa figlio, sec figlia, puia sposa, tusurthi gli sposi; nonno si diceva papa, nonna atinacna, fratello thuva, nipote papacs. Del resto la stessa iconografia così tipicamente etrusca delle tombe, che presentano il marito e la moglie sdraiati l'uno accanto all'altra, adagiati sul letto funebre, in atteggiamento dignitoso e affettuosamente familiare, nel gesto di protezione (vedi immagine d'apertura) del marito e nella tenera fiducia della moglie, esprime l'importanza che la famiglia aveva presso gli Etruschi. La coppia era solida. Da notare che nelle tombe compare in evidenza sempre accanto al nome il prenome del padre e della madre di entrambi i coniugi. "Vel Titio Petronio, figlio di Vel e di Amelia Spurinna riposa qui con la moglie Veila Clantia figlia di Arrus". LA DONNA - All'interno della famiglia Etrusca, la donna ha un posto di notevole risalto; anche nelle iscrizioni come abbiamo appena letto, é possibile notare il particolare che distingue lo stato civile etrusco: il nome delle donne é preceduto dal prenome; mentre una donna romana, per quanto illustre, sarà sempre soltanto una Claudia, una Cornelia, ed anche se imperatrice, una Livia: le donne etrusche erano individuate con un prenome che assicurava loro una personalità all'interno della famiglia: inoltre mentre la forma onomastica latina menziona dopo il prenome gentilizio solamente il prenome del padre: Marcus Tullitus, Marci filii; l'epigrafia etrusca, vi aggiungeva il nome della madre. Queste usanze, nella loro singolarità e nella loro persistenza, ci offrono un indizio della particolare posizione della donna nella famiglia e della società etrusca. Diremmo oggi, una donna emancipata. La donna etrusca, infatti, presso gli scrittori greci e romani, non godeva di grande reputazione; se la donna greca e quella romana vivevano nell'ombra della casa, l'ideale della donna etrusca ed i suoi costumi sono profondamente diversi. Dal marito é tenuta in alta considerazione. (I mariti romani al massimo, quando lo facevano, scrivevano sulle tombe della loro sposa "domum servavit". Che in poche parole voleva dire é stata una "buona servetta della mia casa"). La donna etrusca "esce" molto, ha un'importanza a livello politico e anche amministrativo, vive cioè pienamente la vita della famiglia e della società. Le donne etrusche non godono soltanto di una libertà a confronto delle donne romane, ma all'interno della società civile adempiono anche una funzione preponderante addirittura: al punto tale che ha fatto giungere a conclusioni forse eccessive, facendo parlare di vero e proprio matriarcato delle donne etrusche. A testimonianza non vi sono solo esempi storici di donne particolarmente in vista nelle vicende politiche, ma anche esempi archeologici che ci mostrano l'importanza che la donna ha nelle tombe etrusche: non soltanto nella posizione, ma anche nella scelta dell'arredamento. Insomma la donna etrusca vive pienamente tutta l'attività intensa della società etrusca, occupando un ruolo di vero privilegio, investita quasi da un'autorità sovrana: é lei l'artista, la donna colta, curiosa delle preziosità dell'ellenismo e promuove la civiltà e la cultura del proprio paese, ed infine é venerata nella tomba come se fosse una dea. Fatto curioso è che nei ritratti dei coperchi delle urne, sono rappresentate in un realismo straordinario, non evitano di mostrare crudamente i segni della vecchiaia, la riproduzione accurata dei difetti fisici, o la bruttezza del proprio viso. (come quella presente al Museo Grandacci a Volterra). Si fanno ritrarre (si suppone ancora quand'erano in vita) fedelmente; ci tengono a rimanere se stesse; indubbio segno di un forte carattere. LA VITA ATTIVA DEGLI ETRUSCHI - Com'è del resto oggi la Toscana, l'Etruria era una regione fertilissima, sempre celebrata come "Etruria felix"; una terra opulenta, ricca e generosa, coltivata con amore e tenacia. Plinio così ce la descrive: " Il paesaggio é molto bello. Immaginate un anfiteatro immenso, quale soltanto la natura può offrire: una piana vasta e spaziosa cinta da colline e monti che hanno fino alla sommità boschi antichi d'alto fusto, e selvaggina abbondante e varia. Dall'alto dei boschi scendono in declivio; là in mezzo, pingui colline di terra buona, perché in nessuna parte é facile trovare roccia, anche se la si ricerca. Non sono inferiori per fertilità i campi situati nella pianura vera e propria: ricche messi vi maturano più tardi, é vero (Il calendario ! ) ma non meno bene. Ai loro piedi da ogni lato si stendono i vigneti allacciati tra loro in modo da coprire uniformemente lo spazio in lungo e in largo; e al limite inferiore, quasi a formare un bordo, sorgono boschetti, e poi prati e ancora terreni da grano, che non si possono arare, se non con l'aiuto di buoi possenti e aratri robusti. Poi praterie cosparse di fiori producono trifoglio, e altre erbe, sempre giovani e tenere, come se appena nate, essendo questi terreni irrigati da sorgenti inesauribili". E' evidente che Plinio si riferisce all'Etruria interna, quella delle alte valli del Tevere e dell'Arno; molto diversa era la situazione sulla costa. C'erano le paludi della Maremma e la malaria affliggeva e turbava profondamente la vita dell'Etruria. Anche se affrontarono con coraggio, tenacia ed ingegno il problema delle paludi e quello idrografico della distribuzione e regolamento delle acque, col decadere della potenza etrusca, le opere di canalizzazione furono abbandonate. non più curate e sorvegliate, e le paludi della Maremma tornarono a dominare il territorio fino a tempi recenti. Scoperte archeologiche a Spina e Adria - porti utilizzati dagli Etruschi - hanno messo in luce grandiosi lavori con cui regolarono il complicato corso del Po. Poi abbandonarono tutto. Durante il periodo d'oro, abbiamo testimonianze che gli Etruschi avevano per la loro terra un grande attaccamento. Tenaci come agricoltori e colonizzatori, portavano grande affetto al patrimonio agricolo. Con la pianura fertilissima, gli Etruschi si dividevano i campi coltivati con precisione, delimitati da confini ben chiari, tipica della campagna etrusca. Amata, curata e difesa con ostinazione. Produceva cereali a sufficienza da poterne addirittura esportare nei paesi vicini; il grano era la coltura di fondo, celebratissimo non solo per la quantità ma anche per la qualità, per il candore della farina; Chiusi e Arezzo celebri per il grano tenero per la confezione del pane fine; mentre a Pisa famosa era la farina (di semola, quindi grano duro) per fare la pasta. (ma due specie di frumento il Triticum sphaerococcum e il monococcum, compare nel 1700-1500 a.C. al Lago di Ledro; e queste due specie erano coltivate solo sul Mar Caspio, non ancora in Grecia. Quindi arrivò dal nord e non dal sud) Altra celebrità degli Etruschi (ancora oggi) é quella dei vini; decantati (ma solo nel 400-300 a.C. da scrittori perfino in Grecia. Dionigi di Alicarnasso li esalta e li paragona a quelli del Falerno e dei colli romani; Marziale li mette alla pari con quelli della sua Spagna. Mentre altri autori riferendosi al vino bianco (il rosso non esisteva ancora) precisano che il migliore di tutti é quello prodotto al confine della Liguria. (quello che oggi conosciamo come le Cinque Terre, l'Est Est Est) La vite non sappiamo ancora se fu portata in Toscana (e quindi poi a Roma) dagli Etruschi, oppure appresero la coltivazione dai palafitticoli. Questi ultimi, negli insediamenti dei laghi alpini la coltivavano già mille anni prima dell'arrivo degli Etruschi in Toscana (conoscevano già la distillazione) e sappiamo che i palafitticoli nel 1100-1000 a.C. erano scesi quasi ai confini della Toscana. A Roma arrivò con molto ritardo: verso il 600 a.C. Fra l'altro dava un pessimo vino. Solo nel 300 a.C. ibridi di vitigni selezionati produssero quello che poi diventerà il nettare del Lazio "i vini del Colli Albani". Altrettanto in Toscana quando in seguito incrociando i vitigni di malvasia, canaiolo, e il sangiovese (che è originario della Toscana e non della Romagna) anche loro produssero il famoso "Chianti". Specialità di Tarquinia era invece la coltura del lino e la sua tessitura; l'industria tessile sembra sia stata una delle maggiori attività economiche degli Etruschi, che ancora sotto l'impero d'Augusto teneva il primo posto per la confezione di tele; innanzitutto quelle delle vele. (ma sia il lino, pezzi di stoffa, e i perfetti telai per la tessitura sono stati rinvenuti al Lago di Ledro, e operavano nel 1800-1300 A c, in Tracia nel 4000 A. C.). Per chi visita il museo Archeologico Palafitticolo di Ledro e poi subito dopo quello Archeologico Etrusco di Firenze, non può che restare sconcertato. L'ulivo - cosa strana anche questa - non era ancora diffuso nell'Etruria. Ai tempi di Tarquinio Prisco, l'ulivo era del tutto ignoto in Italia. Questo fino al secondo secolo a.C. Gli etruschi di olio ne facevano uso, ma come testimoniano del resto le numerosissime anfore di fattura greca, era direttamente importato dall'Egeo. I primi colonizzatori greci misero a dimora le prime piantine di ulivo in Puglia e nei pressi di Gioia Tauro solo nel 700 a.C. All'ulivo per crescere e produrre occorrono diversi decenni; questo fu forse il motivo del grande ritardo nell'introdurlo; perché non rendeva subito. Non così gli alberi da frutta, così i legumi e gli ortaggi (solo alcuni) celebrati nella Roma antica. Erano quasi tutti provenienti dalla Grecia, ma anche questi limitati come varietà e qualità, perché i greci non avevano molti contatti con la Mesopotamia e la zona del Caspio (nel "Paradiso" vedi NEOLITICO - per l'origine delle più diffuse piante). Infatti per la varietà e la ricchezza delle più note colture e frutti, l'Italia dovrà attendere gli Arabi nell'800-1000 d.C. quando le loro conquiste arrivarono fino ai monti Elbruz, al Caspio, a Samarcanda e ai confini della Cina, scoprendo il "paradiso", i "giardini" del Turkmenistan, dove ancora oggi esistono tutte le famiglie delle piante originarie di quasi tutti i frutti e le verdure che conosciamo; compresi tutti i cereali: soia, riso, grano, granoturco, miglio. Per quanto riguarda gli attrezzi agricoli, abbiamo una vasta collezione, tramandata dalle tombe. Ci mostrano con chiarezza il metodo di lavoro del contadino etrusco. Una serie di vanghe, roncole, falci e soprattutto alcuni aratri. Contemporaneamente ne compaiono di diversa foggia, alcuni in uso nell'antica Micene, altri in Grecia. Anche l'allevamento del bestiame aveva una grande importanza: non soltanto animali per il lavoro dei campi ma anche negli animali domestici per il consumo diretto. Da dove questi provenivano se da nord o da sud, anche qui brancoliamo nel buio. Pecore, capre, buoi, bufali, maiali, cavalli, conigli e pollame, l'origine era sul Caspio. Allevamenti di questi animali domestici erano presenti in Tracia nel 5000-4000 A c e i palafitticoli nei laghi (Val Camonica, Ledro, Garda, Costanza) praticavano l'allevamento 1000 anni prima dell'arrivo degli Etruschi. Insomma vale quanto detto sopra. C'erano due correnti migratorie e due culture che s'intersecavano sempre sugli Appennini. Con la differenza, che una per arrivarci aveva impiegato circa 2000 anni risalendo il Danubio, l'altra vi era giunta all'improvviso (ma forse in più ondate) in poche settimane di navigazione. La prima nella sua lunga migrazione bimillenaria in zone quasi disabitate non aveva ulteriormente accresciuta la sua cultura (soprattutto sociale politica); mentre la seconda mille anni dopo, emigrando da un ambiente dove i fermenti politici autoritari erano stati intensi, era approdata in Toscana con una società più scaltrita , evoluta e complessa. Anche se poi accadde agli Etruschi lo stesso fenomeno ; "chiudendosi" e "isolandosi" in quella che ritenevano essere la migliore società, seguitarono a vivere come quando erano arrivati, perdendo contatto con quella "Nuova Politica" (e perfino nella scrittura) che nel frattempo si era evoluta non solo nel luogo d'origine, nell'Egeo, ma in una forma autoctona si era sviluppata e perfezionata nel Lazio, a pochi passi dai loro regni, dove avevano eretto gli Etruschi un "alto muro" di incomunicabilità. Abbiamo parlato della ricchezza dell'agricoltura. Non tralasciamo di accennare a quello della pesca che si svolgeva non soltanto sui mari ma anche sui laghi di Bolsena, di Bracciano e di Vico, in cui gli Etruschi addirittura ambientarono molti tipi di pesce d'acqua salata che si abituarono così all'acqua dolce. Avevano la ricchezza dei boschi; ma qui gli Etruschi non operarono in modo molto intelligente. La Toscana era disseminata di immense foreste d'alto fusto. Furono saccheggiate senza alcun ritegno per far fronte alle richieste di legname navale e domestico; ancora oggi é possibile notare gli effetti di questo spogliamento massiccio e indiscriminato cui furono sottoposte le colline dell'Etruria; dei ricchi boschi celebrati nell'antichità resta ben poco. Per quanto riguarda invece la risorsa mineraria che può essere indicata come l'origine dell'Etruria stessa, tutto il sud della provincia della Livorno attuale, e tutto il territorio tra Volterra e Massa Marittima, conservano ancor oggi notevole quantità di tracce di questa attività secolare di estrazioni minerarie. Soprattutto a Populonia (Piombino) la "generosa", le miniere di ferro erano inesauribili e fu il centro dell'industria metallurgica che ha dato agli Etruschi la potenza economica. Ma strumento essenziale per la diffusione di questa potenza economica e commerciale era la flotta mercantile, e ancor più lo sviluppo delle strade. Non facile quest'ultima vocazione in una regione difficile e accidentata. Riuscirono tuttavia a costruire una rete viaria piuttosto diffusa e importante. Lontane però dall'idea delle strade romane; la maggior parte tracciate sulla nuda terra, battuta dal continuo passaggio. Su queste strade gli Etruschi circolavano con veicoli ampi e robusti a due ruote rinforzate da fasciature e da cerchi metallici. Nelle giornate di pioggia possiamo immaginare cosa accadeva. I solchi delle ruote aravano la strada. LA VITA QUOTIDIANA - Un altro aspetto della vita etrusca, che ci mostra questo popolo molto ricco, economicamente potente e politicamente sicuro é la sua vita quotidiana. La grande ricchezza era soprattutto ostentata dentro le città etrusche. Non é possibile ricostruire nei dettagli una giornata tipo per la mancanza di testi letterari. Qualche notizia ce la fornisce uno storico greco, Posidonio, e riguarda la ricca tavola etrusca: "Gli Etruschi si fanno apparecchiare due volte al giorno una tavola sontuosa con tutto ciò che contribuisce ad una vita delicata; preparare le coperte da letto ricamate a fiori; disporre una quantità di vasellame d'argento; farsi servire da un numero considerevole di servi". Evidentemente questa è però la giornata lieta e gaudente d'un etrusco ricco; doveva essere invece ben diversa la vita della maggioranza della popolazione. Gli affreschi, conservati in molte tombe, ci mostrano spesso gli Etruschi nella gioia dei banchetti, intenti a bere e a mangiare con opulenza e fasto, ed anche la ricchezza del vasellame, rinvenuto nelle tombe, testimonia proprio l'attenzione che gli Etruschi hanno sempre avuto per una tavola ricca, sontuosa e ben curata anche nei dettagli. Gran posto avevano nella vita degli Etruschi i giochi. Erodoto narra che prima ancora di emigrare dalla Lidia, gli abitanti per la noia avevano inventato molti giochi. Il più famoso quello dei dadi, e altrettanto famoso quello della palla (episkyros o harpastum) Indubbiamente questi due giochi seguitarono ad essere praticati anche nella nuova patria. Non per nulla che il calcio nasce a Firenze: il florentinum harpastum; e anche il suo primo trattato. Ma ancora più importante nella vita degli Etruschi era la musica. Storici recenti tendono addirittura ad attribuire agli Etruschi la formazione del mito di Orfeo, del mito principe, cioè della musica. Ma oggi sappiamo che il mito di Orfeo era celebrato 2000 anni prima in Tracia (sempre la Tracia!). L'importanza grandissima della musica é testimoniata non soltanto dagli affreschi, dalle decorazioni dei vasi e da altri reperti archeologici, ma anche dall'aspetto generale della civiltà etrusca: si può anzi affermare che non vi fosse nessuna azione di una certa importanza della vita sia cittadina che agricola (matrimoni, funerali, raccolti, vendemmie, banchetti, cerimonie religiose), che non avesse un elemento musicale più o meno sviluppato. La musica portava evidentemente con sé la danza: ed anche numerosi sono gli affreschi che ci mostrano danzatori e danzatrici che si muovono con grazia e leggerezza, disegnando graziose figurazioni. LE CITTA' - Purtroppo per capire questa civiltà viva dentro le città etrusche, dobbiamo ricorrere agli scavi delle città morte. Malgrado gli sforzi della ricerca archeologica iniziata solo in questo secolo, con quanto scoperto e rinvenuto non è stato possibile ricostruire un profilo sufficiente. Con pazienza dobbiamo attendere ancora parecchi anni di ricerche e di studi. Qualche traccia ci resta a Marzabotto, dove sono visibili alcuni elementi della rete stradale e dei quartieri. Della planimetria delle città ci restano poi alcune testimonianze scritte da autori antichi, i quali ci fanno pensare che, al contrario di quanto avveniva in Grecia, dove il centro della città era l'agorà, la piazza del ritrovo e del commercio, la città etrusca gravitasse attorno al tempio, e che la disposizione degli edifici fosse stabilita da norme sacre. Eccezionale é l'interesse delle tombe, perché dalla pianta e dalle decorazioni possiamo avere un'idea di com'erano fatte le case etrusche. Infatti, la tomba era costruita a somiglianza della casa. Diffuso l'uso di scolpire nel tufo, all'interno, le suppellettili domestiche, per esempio nella tomba di Cerveteri (dell'Alcova, dei Rilievi) sono scolpiti letti, sedie e poltrone. Sulle pareti poi sono dipinti altri oggetti, piante e animali, per rendere più completa la somiglianza tra la tomba e la casa. Anche le urne cinerarie sono modellate a forma di casa e ci danno un'idea di come fossero all'esterno le case. Dunque ci restano soltanto le necropoli, i cimiteri. Necropoli a volte vastissime e organizzate con un certo ordine e misura che ci mostrano, proprio in questa loro grandezza ed ordinato svolgersi, un vero e proprio culto che gli Etruschi dedicavano all'aldilà; al mondo dei morti. Le tombe ci danno spesso, soprattutto nei centri di maggiore importanza politica ed economica il senso piuttosto approssimativo di quella che doveva essere la casa etrusca. Ben sviluppata, complessa, ricca di colonne, di travi, di architravi, con un movimento architettonico ed una disposizione dei vani molto comoda e funzionale. La casa etrusca si differenziava da quella dei Romani: infatti per esempio, l'atrio non aveva l'impluvium, che sarà aggiunto soltanto dai romani; né del resto aveva la semplicità e la funzionalità scarna di quella romana. Gli Etruschi facevano soprattutto sfoggio di colonne, mirando a dare un senso di fasto e di ricchezza architettonica, di potenza e grandezza alla costruzione. L'ostentazione insomma era una vocazione. SULL'ARTE - L'ARTIGIANATO - LA LETTERATURA - Con il V secolo la Grecia entra nello splendore del suo periodo classico e l'Etruria che aveva più o meno sempre vissuta nell'orbita greca, se ne allontana, soprattutto a causa di mutate situazioni economiche e commerciali. In tarda età, vale a dire dall'inizio del terzo secolo in poi, l'arte etrusca é chiaramente nell'orbita di quel vasto movimento culturale che va sotto il nome di Ellenismo. Sull'artigianato gli Etruschi si distinguevano soprattutto nella lavorazione dei metalli e della terracotta, e si tramandavano gelosamente di generazione in generazione il mestiere all'interno di una città, senza renderne partecipi i rimanenti confederati. Un provincialismo esasperato. E' questo uno degli aspetti negativi di quella mancanza di unità che, come abbiamo già letto, sarà la causa di rovina e di decadenza per la civiltà etrusca. Sulla letteratura, alcuni studiosi ne mettono in dubbio addirittura l'esistenza. Conosciamo alcuni libri etruschi perché giunti fino a noi per mezzo di traduzioni e riassunti fatti dai Romani: Ma questi libri erano riuniti in tre gruppi: Libri Haruspicini, Libri Fulgirales e Libri Rituales. Trattavano rispettivamente dell'arte divinatoria, dell'osservazione dei fulmini e di norme attinenti il culto. Riguardavano anche istituzioni civili e militari. Erano quindi libri sacri, che oltre ad avere un carattere religioso, avevano anche un carattere giuridico: contenevano non solo norme religiose, ma anche un vero e proprio corpo di leggi. Sull'arte, sulla religione, sulla storia; temi appassionanti con argomenti vastissimi, chiunque volesse approfondirli rimandiamo a un prezioso volume di J. Heurgon, Vita quotidiana degli Etruschi, edito da Il Saggiatore, che ci è stato più volte utilissimo per offrire questo piccolo quadro della civiltà etrusca. Concludendo si può dire che la civiltà etrusca, nel suo splendido fiorire plurisecolare, ha costituito non soltanto la prima grande, bene organizzata e pienamente cosciente civiltà italiana, ma nel suo curioso e appassionato affacciarsi verso la civiltà greca, ha costituito il primo ponte per l'introduzione e lo sviluppo di questa nostra Italia. Gli Etruschi stanno quindi al centro tra i Greci ed i Romani, dei primi sono imitatori ed eredi, dei secondi sono educatori e quasi padri. Se i libri sono importanti, ancora più importanti sono i musei. Quelli Etruschi in Italia, sono per ricchezza di contenuti e di meraviglie artistiche la testimonianza di una civiltà straordinaria che nessuno al mondo può vantare. Le urne hanno immagini di un realismo spinto fino all'eccesso; sono palpitanti di realtà concreta della vita quotidiana, non hanno la monumentalità inquietante dei sarcofagi egiziani, non hanno come arte il bello classicistico ellenico, ma esprimono realtà razionali, pensate e fatte a misura d'uomo. Abbiamo detto CIVILTA' e ci teniamo a scriverla con le lettere maiuscole. Spesso guardiamo altrove, e non ci rendiamo conto che abbiamo nella nostra Italia quello che nessuno possiede: uno splendido passato. Questo spesso gli italiani lo dimenticano, quando sfiorate queste città, non dimenticate di fermarvi e visitare i luoghi e il locale Museo Etrusco.